Dalla guardia costiera al meteo. Tutto finirà - questa almeno è la richiesta italiana - nel conteggio delle spese «per la difesa», per avvicinarsi il più possibile al 2% del Pil chiesto dagli Usa ai partner europei della Nato. L’obiettivo del governo Meloni è evitare di dover tirare fuori 8 miliardi entro giugno, quando i soci dell’alleanza atlantica si riuniranno all’Aja. Inserendo nel computo altre spese oggi escluse, la cifra si potrebbe ridurre a 4 miliardi. La strategia è stata delineata l’altro ieri in un vertice a Palazzo Chigi, presieduto dal sottosegretario Alfredo Mantovano, con i tecnici dei ministeri interessati, dalla Difesa al Mef, agli Affari esteri. Il governo lavora da settimane sottotraccia per agganciare la soglia Nato, considerata già non più sufficiente da Trump, tanto che proprio a l’Aja l’asticella dovrebbe essere alzata al 3,6%.
Secondo i tecnici, per salire dall’1,53% del 2024 al 2% servirebbe un investimento di oltre 8 miliardi. E anche se l’aumento delle ri…
Dalla guardia costiera al meteo. Tutto finirà - questa almeno è la richiesta italiana - nel conteggio delle spese «per la difesa», per avvicinarsi il più possibile al 2% del Pil chiesto dagli Usa ai partner europei della Nato. L’obiettivo del governo Meloni è evitare di dover tirare fuori 8 miliardi entro giugno, quando i soci dell’alleanza atlantica si riuniranno all’Aja. Inserendo nel computo altre spese oggi escluse, la cifra si potrebbe ridurre a 4 miliardi. La strategia è stata delineata l’altro ieri in un vertice a Palazzo Chigi, presieduto dal sottosegretario Alfredo Mantovano, con i tecnici dei ministeri interessati, dalla Difesa al Mef, agli Affari esteri. Il governo lavora da settimane sottotraccia per agganciare la soglia Nato, considerata già non più sufficiente da Trump, tanto che proprio a l’Aja l’asticella dovrebbe essere alzata al 3,6%.
Secondo i tecnici, per salire dall’1,53% del 2024 al 2% servirebbe un investimento di oltre 8 miliardi. E anche se l’aumento delle risorse resta la strada principale, per non indispettire Nato e Usa con espedienti contabili, a Palazzo Chigi si cercano strade per ammorbidire la portata dell’esborso. Un’opzione approfondita è appunto questa: inserire tra le spese per la difesa altre voci oggi non conteggiate. Non solo le risorse impiegate per altre forze come i carabinieri, la guardia di finanza e la guardia costiera. Mantovano ha attivato un gruppo di lavoro che sta concludendo un complesso «esame interministeriale». In base alle ricognizioni provvisorie, nell’elenco delle spese di cui la Nato dovrebbe tenere conto per Roma sono state incluse anche quelle per la componente militare di attività «civili-militari», come i «servizi di meteorologia» o di supporto alla navigazione. O ancora l’attività di distruzione di armi e munizioni (come può essere il disinnesco, frequente, di reperti bellici) e le successive attività di controllo. O ancora le spese per la cybersicurezza, per le operazioni umanitarie, per la ricerca a scopo militare, i contributi nazionali alla European Peace Facility. Così si arriverebbe circa all’1,8%. Terminati i calcoli, l’Italia dovrebbe mettere tutto nero su bianco e spedire il documento alla Nato, sperando in un benestare.
La questione dovrebbe essere affrontata in uno dei prossimi Cdm. Anche se convivono teorie diverse, ai piani alti del governo. Chi guarda di più all’impatto sui conti pubblici, spinge per includere più spese possibili. Altri dicasteri, come la Difesa, chiedono investimenti all’altezza per fronteggiare le complesse sfide di questi anni. C’è poi un altro fattore: la mossa non deve essere percepita (soprattutto a Washington) come un’operazione di maquillage finanziario. Ma le ultime specifiche arrivate dalla Nato, secondo fonti dell’esecutivo, consentirebbero in effetti l’allargamento di alcune voci. Il problema comunque va affrontato. L’Italia è nel gruppo sempre più ristretto di chi non ha raggiunto quota 2%. E negli incontri bilaterali, i rappresentanti americani hanno chiarito che proprio sul parametro della difesa saranno valutati gli alleati.