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Difesa Ue, destra divisa: sì di FI, no della Lega. FdI sceglie di astenersi

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Coalizione spaccata in tre al voto: il Pd attacca, Tajani minimizza. I dem compatti sul documento con due distinguo. No da M5S
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1X2, come una schedina del totocalcio, ma al contrario. Perché anche stavolta — e non è una novità — il governo italiano in Europa anziché vincere perde su tutte le ruote. Offrendo l’immagine di un Paese incapace di esprimere una linea chiara in politica estera.

A Strasburgo, dove ieri si votava la relazione annuale sulla difesa comune, il centrodestra si è spaccato in tre tronconi: Forza Italia sì, la Lega no, Fratelli d’Italia né sì né no. Una frattura, che non è certo passata inosservata. I favorevoli sono stati 399, ovvero quasi tutti i deputati della maggioranza Ursula: popolari (tra cui FI), socialisti (incluso il Pd), i liberali di Renew, i verdi e qualche esponente di Ecr e Left. Centonovantotto i contrari, ossia i patrioti pressoché al completo (salviniani compresi), il grosso di Left (in cui siedono M5S e SI), i conservatori polacchi e una manciata di dissidenti. Fra questi gli italiani Marco Tarquinio e Cecilia Strada eletti nei Dem, Ignazio Marino e Leoluca Orlando per g…

1X2, come una schedina del totocalcio, ma al contrario. Perché anche stavolta — e non è una novità — il governo italiano in Europa anziché vincere perde su tutte le ruote. Offrendo l’immagine di un Paese incapace di esprimere una linea chiara in politica estera.

A Strasburgo, dove ieri si votava la relazione annuale sulla difesa comune, il centrodestra si è spaccato in tre tronconi: Forza Italia sì, la Lega no, Fratelli d’Italia né sì né no. Una frattura, che non è certo passata inosservata. I favorevoli sono stati 399, ovvero quasi tutti i deputati della maggioranza Ursula: popolari (tra cui FI), socialisti (incluso il Pd), i liberali di Renew, i verdi e qualche esponente di Ecr e Left. Centonovantotto i contrari, ossia i patrioti pressoché al completo (salviniani compresi), il grosso di Left (in cui siedono M5S e SI), i conservatori polacchi e una manciata di dissidenti. Fra questi gli italiani Marco Tarquinio e Cecilia Strada eletti nei Dem, Ignazio Marino e Leoluca Orlando per gli ecologisti. Gli astenuti sono stati invece 71, per lo più singoli parlamentari, a eccezione dell’intera pattuglia meloniana che fa parte di Ecr.

Il centrodestra ne esce con le ossa rotte, anche se Antonio Tajani minimizza: «È la scoperta dell’acqua calda. Abbiamo votato in modo diverso perché apparteniamo a famiglie europee diverse. Semmai è la sinistra a spaccarsi sulla politica estera». La classica pagliuzza utile a evidenziare le crepe presenti pure nel campo largo. In compenso il Pd “ritrova” il Pse, dopo lo strappo di qualche settimana fa, salvo che per il no all’emendamento pro-riarmo. Su cui il partito di Elly Schlein torna a litigare. Non riuscendo tuttavia a oscurare la macroscopica débâcle dell’esecutivo tricolore.

«In un Paese la politica estera e di difesa la fa il governo e non l’opposizione. E il governo ha tre posizioni differenti in Europa», attacca il capogruppo dem al Senato Francesco Boccia. «A Roma non esiste più una maggioranza», ribadisce il capo-delegazione Nicola Zingaretti: «Finora le divisioni erano emerse nello scontro quotidiano fra i due vicepremier, da oggi sono sancite pure da un voto nell’Eurocamera. Ma non è più tempo di equilibrismi, né incertezze. Un governo disunito fa l’Italia più debole». Dunque «Meloni ne prenda atto e dica al Paese qual è la linea», incalza il segretario del Psi Enzo Maraio: «Senza chiarezza, l’alternativa è salire al Colle». Per scaldare il corteo in programma sabato Giuseppe Conte preferisce invece puntare sulla sua bandierina: «Una follia dietro l’altra. Hanno detto sì a un rapporto in cui hanno infilato un bel Welcome al riarmo. Per noi non è affatto benvenuto: abbiamo votato contro. Dobbiamo farci sentire, fermare questo disegno scellerato. Il 5 aprile tutti in piazza a Roma». Dove Schlein è tentata di andare.

Ed è proprio per non farsi scavalcare a sinistra dal M5S, evitare una nuova spaccatura interna e ribadire la linea della segretaria se il Pd a Strasburgo è costretto all’ennesimo compromesso: dire no all’emendamento presentato dal Ppe per dare pieno sostegno al Rearm-Eu (poi approvato) e sì alla relazione finale sulla difesa comune (che lo «accoglie» in toto). Una mediazione raggiunta a fatica. Dalla quale tuttavia si sono smarcati alcuni deputati di area riformista: Pina Picierno, Giorgio Gori ed Elisabetta Gualmini hanno infatti votato a favore del piano militare. Distinguo che fa infuriare il Nazareno. Subito uscito con i suoi esponenti di punta per ribadire la posizione del partito e diffidare i ribelli. Inevitabile il botta e risposta al vetriolo. «Noto una certa tendenza a confondere le acque del dibattito pubblico», punge Picierno sui social: «Nel testo finale votato dal Pd e dall’intero gruppo S&D c’è anche il Rearm-Eu, ed è motivo di grande soddisfazione per la responsabilità dimostrata da tutti». Pronta la replica del responsabile Esteri, Peppe Provenzano: «Sulla contrarietà ai riarmi nazionali proposti da von der Leyen abbiamo raggiunto l’unanimità in direzione e nel Parlamento italiano. Le singole distinzioni non cambiano e non appannano una linea che è stata riaffermata anche dalla stragrande maggioranza della delegazione». La lotta continua.

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