L’uomo dei conti non lascia spazio a false illusioni. A Palazzo Chigi è quasi ora di pranzo, quando Giorgia Meloni convoca i vicepremier e i ministri economici. Ma soprattutto, Giancarlo Giorgetti. Tocca a lui offrire il quadro più realistico (e sanguinoso) generato dai dazi di Donald Trump. Ancora più degli effetti nefasti delle barriere commerciali, sostiene, conta la tenuta “emotiva” del sistema: la fluidità nell’erogazione del credito, gli investimenti delle imprese, l’eventuale stretta sulle assunzioni. Non bisogna lasciare spazio al panico, concorda la presidente del Consiglio: bisogna spezzare la spirale negativa e investire nella fiducia. Con due mosse: già la prossima settimana incontrerà le categorie produttive, poi nelle settimane successive — e a valle della valutazione dell’impatto delle misure americane — un decreto per sostenere chi produce. Ci lavorano il ministero delle Imprese e made in Italy, assieme al Tesoro. Con uno stanziamento che dovrebbe attestarsi — secondo …
L’uomo dei conti non lascia spazio a false illusioni. A Palazzo Chigi è quasi ora di pranzo, quando Giorgia Meloni convoca i vicepremier e i ministri economici. Ma soprattutto, Giancarlo Giorgetti. Tocca a lui offrire il quadro più realistico (e sanguinoso) generato dai dazi di Donald Trump. Ancora più degli effetti nefasti delle barriere commerciali, sostiene, conta la tenuta “emotiva” del sistema: la fluidità nell’erogazione del credito, gli investimenti delle imprese, l’eventuale stretta sulle assunzioni. Non bisogna lasciare spazio al panico, concorda la presidente del Consiglio: bisogna spezzare la spirale negativa e investire nella fiducia. Con due mosse: già la prossima settimana incontrerà le categorie produttive, poi nelle settimane successive — e a valle della valutazione dell’impatto delle misure americane — un decreto per sostenere chi produce. Ci lavorano il ministero delle Imprese e made in Italy, assieme al Tesoro. Con uno stanziamento che dovrebbe attestarsi — secondo le prime stime — tra i due e i cinque miliardi di euro.
Calma e sangue freddo, predica dunque la presidente del Consiglio. Si convince di questo approccio a tal punto che dopo aver annullato al mattino gli impegni previsti per il summit d’emergenza, si presenta a sera al Tg1 per parlare al Paese e rasserenare le imprese.
È chiaro che il nodo dei conti pubblici resta enorme. Meloni ne discute al telefono con Ursula von der Leyen, in attesa di capire se la presidente convocherà la prossima settimana un vertice dei leader. La tempesta dei dazi avrà effetti evidenti sul rispetto dei parametri imposti dal Patto di stabilità, che infatti la premier chiederà di modificare. Le stime di crescita saranno ovviamente riviste al ribasso. E potrebbe rendersi necessario nei prossimi mesi correggere i conti pubblici con una manovra ad hoc.
Prima, però, c’è voglia e bisogno di trattare con gli Usa. Senza sfilarsi dalla linea europea, ma chiedendo a Bruxelles con una lista di tutelare trenta prodotti d’eccellenza italiani. Tra questi, vino e parmigiano, moto come Piaggio e Ducati, gioielli e prodotti di bellezza. Come raggiungere lo scopo? L’esecutivo prega la Commissione Ue di identificare in questi stessi settori i brand americani più celebri, con lo scopo di evitare contro-dazi ai loro danni. Si tratta di superalcolici, motocicli, cosmetica, beauty, gioielleria, pietre preziose. Fra questi, whisky e bourbon, le Harley Davidson, ma anche la soia.
È una mano tesa a Trump, nonostante la battaglia intrapresa da Washington. Un’offerta di mediazione a chi sta colpendo senza pietà Roma. Ma risponde a una tesi che Meloni considera pragmatica: se a dazi si oppongono dazi non mirati, il danno finale peserà sui Ventisette più ancora che sugli Stati Uniti. Bisognerà però anche convincere von der Leyen a percorrere la strada della cautela, provando a fare leva sugli ottimi rapporti del commissario Raffaele Fitto con la presidente tedesca. E quelli altrettanto solidi che uniscono Antonio Tajani al commissario al Commercio continentale Maroš Šefcovic (entrambi lavorarono assieme nell’esecutivo Ue di Barroso).
Scampare il peggio non sarà facile, per i prodotti italiani. Per Meloni, si apre anche una riflessione legata al consenso. L’aggressività della Casa Bianca — un alleato su cui ha puntato prima ancora dell’insediamento e che ha regalato finora soprattutto dolori — imbarazza Palazzo Chigi. Se Washington non farà marcia indietro, allora la premier (che in queste ore entrerà in contatto di nuovo con Trump) sarà costretta a modificare lentamente — ma progressivamente — la narrazione sul presidente Usa, concentrandosi sulla necessità di difendere l’interesse nazionale. Per farlo, come è chiaro fin dall’inizio di questa partita, non potrà che mostrarsi ancorata all’Europa.