La ricetta di Giorgetti: “Sospendere il Patto Ue per aiutare le imprese”
dal nostro inviato Francesco ManacordaIl ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti
CERNOBBIO – Sul palco c’è un ministro dell’Economia che ricorda come i suoi «ridotti spazi di bilancio sono un vincolo da tenere presente» e guarda forse con qualche disappunto un altro paese che ha appena cambiato le sue regole «e può lanciare un piano da centinaia di miliardi». La notizia è che su quel palco - al workshop Teha Ambrosetti di Cernobbio - a ricordare la necessità del rigore c’è Giancarlo Giorgetti, mentre il vicino improvvisamente spendaccione è la Germania. Del resto è lui stesso a sottolineare l’anomalia della situazione e delle posizioni: «Un anno fa sarei venuto qui a parlare di consolidamento fiscale, di risanamento; oggi mi basta ricordare il giudizio dell’agenzia di rating Fitch, che testimonia l’operato del governo».
Ma se l’Italia, pur acciaccata sul fronte pubblici, si è messa in riga, e se di fronte alla mossa di Trump il messaggio è «de-escalation, non bisogna pigiare il bottone del panico», il ministro ha comunque una richiesta precisa: se si dovrà interve…
CERNOBBIO – Sul palco c’è un ministro dell’Economia che ricorda come i suoi «ridotti spazi di bilancio sono un vincolo da tenere presente» e guarda forse con qualche disappunto un altro paese che ha appena cambiato le sue regole «e può lanciare un piano da centinaia di miliardi». La notizia è che su quel palco - al workshop Teha Ambrosetti di Cernobbio - a ricordare la necessità del rigore c’è Giancarlo Giorgetti, mentre il vicino improvvisamente spendaccione è la Germania. Del resto è lui stesso a sottolineare l’anomalia della situazione e delle posizioni: «Un anno fa sarei venuto qui a parlare di consolidamento fiscale, di risanamento; oggi mi basta ricordare il giudizio dell’agenzia di rating Fitch, che testimonia l’operato del governo».
Ma se l’Italia, pur acciaccata sul fronte pubblici, si è messa in riga, e se di fronte alla mossa di Trump il messaggio è «de-escalation, non bisogna pigiare il bottone del panico», il ministro ha comunque una richiesta precisa: se si dovrà intervenire per aiutare le imprese, si sospenda il Patto di stabilità, proprio come accadde ai tempi del Covid, senza andare in ordine sparso. Giorgetti arriva al punto nel suo modo felpato: «Gli aiuti per i settori e le imprese danneggiate da questa situazione - dice - arrivano da interventi di tipo economico-finanziario a carico del bilancio dello Stato». E se è così, visto che «partiamo da situazioni in cui gli spazi di bilancio sono diversi», ossia c’è chi può spendere e chi no, allora uno sforamento «deve essere consentito dalle regole europee». Poi la «provocazione», come la definisce: «È evidente che nell’attuale governance non c’è solo l’articolo 26, ma anche l’articolo 25». Sconcerto tra gli astanti, telefonini compulsati per svelare l’arcano: Giorgetti si riferisce al regolamento Ue 2024/1263. In sostanza l’articolo 26 dice che ciascuno Stato membro, se ritiene di essere in condizioni di necessità, può ricorrere a una clausola di «salvaguardia nazionale» per spendere in deroga al Patto, mentre l’articolo 25 prevede una clausola di «salvaguardia generale», in cui tutti gli Stati membri sono autorizzati a muoversi oltre i limiti del Patto. Il ministro lo chiede di fronte alla Germania, che si prepara a scaricare sulle sue imprese un piano di investimenti da 500 miliardi in dodici anni, ma anche perché la Spagna ha appena stanziato 14 miliardi per chi è colpito dai dazi.
Dallo stesso palco anche Isabel Schnabel, che siede nel consiglio esecutivo della Bce avverte che si preparano tempi non facili per l’Europa e forse anche per la politica monetaria di Francoforte: «Alcuni pensavano che il “Liberation Day” potesse essere il picco dell’incertezza. Ma non ne sono affatto sicura», anche perché «il passaggio a un mondo più frammentato sarà molto dannoso per l’economia e per l’inflazione globale, annullando molti dei benefici della globalizzazione».
Meno pessimista l’analisi di Valerio De Molli, il numero uno di Teha, che dai dazi vede un effetto tutto sommato limitato: certo, sono sbagliati e anche i calcoli di Washington lasciano molti dubbi, ma - prevede - ridurrebbero il nostro export del 2,2% e il Pil solo dello 0,06%. Forse anche per questo messaggio tranquillizzante la platea dei 200 imprenditori, manager e banchieri, sostiene la linea attendista del governo e promuove la sua azione: due su tre ne danno un giudizio positivo, anche se la grande maggioranza di questi ritiene che potrebbe fare di più. A Cernobbio, nonostante i dazi di Trump, l’esecutivo Meloni non traballa.