Lega, la sfida al governo: “Salvini al Viminale e il Nord resti a noi”
di Matteo PucciarelliFIRENZE – Formalmente non è una richiesta di rimpasto, anche se di fatto lo sarebbe; di sicuro per Giorgia Meloni è un altro pesante ingombro rimesso con forza sul tavolo del governo.
Il primo giorno di congresso della Lega consegna al centrodestra una richiesta accolta con un’ovazione dalla platea: il ritorno di Matteo Salvini al ministero dell’Interno. Il messaggio coordinato e condiviso viene lanciato dal palco dai capigruppo di Camera e Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, poi ci tornano sopra due vicesegretari del partito, Andrea Crippa e Claudio Durigon. «Da questo congresso deve uscire la richiesta di un lavoro straordinario sulla sicurezza che soltanto Matteo Salvini tornando al Viminale potrà fare», le parole di Molinari. Si alzano in piedi tutti, ministri e presidente della Camera Lorenzo Fontana inclusi, solo Salvini resta seduto immobile al suo posto, giusto per non aggiungerci altro carico. Che sogni di tornare lì lo sanno anche i muri, né Salvini si è mai tira…
FIRENZE – Formalmente non è una richiesta di rimpasto, anche se di fatto lo sarebbe; di sicuro per Giorgia Meloni è un altro pesante ingombro rimesso con forza sul tavolo del governo.
Il primo giorno di congresso della Lega consegna al centrodestra una richiesta accolta con un’ovazione dalla platea: il ritorno di Matteo Salvini al ministero dell’Interno. Il messaggio coordinato e condiviso viene lanciato dal palco dai capigruppo di Camera e Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, poi ci tornano sopra due vicesegretari del partito, Andrea Crippa e Claudio Durigon. «Da questo congresso deve uscire la richiesta di un lavoro straordinario sulla sicurezza che soltanto Matteo Salvini tornando al Viminale potrà fare», le parole di Molinari. Si alzano in piedi tutti, ministri e presidente della Camera Lorenzo Fontana inclusi, solo Salvini resta seduto immobile al suo posto, giusto per non aggiungerci altro carico. Che sogni di tornare lì lo sanno anche i muri, né Salvini si è mai tirato indietro nel ribadirlo. Ma che sia un congresso di partito a chiederlo ha un altro peso. «Visto che vi abbiamo fatto la sorpresa?», scherza fuori dalla sala dell’assemblea il viceministro alle Infrastrutture Alessandro Morelli, uno dei più vicini al leader, lunga militanza nella Lega milanese assieme a lui. Serviva il titolo ad effetto per nobilitare un congresso annunciato come sonnacchioso, ed eccolo qui.
«Matteo, sono convinto che tu debba tornare al Viminale, perché c’è stata una vera ingiustizia. Ci devi andare. Noi siamo pronti a sostenere questa ipotesi e cercheremo di farlo capire ai nostri alleati», specifica ancora meglio Durigon, il quale va verso la riconferma alla vicesegreteria con la pesante delega dell’organizzazione. A tutte queste accorate suppliche verso il segretario federale mancherebbe un pensiero di riguardo verso Matteo Piantedosi, cioè l’attuale ministro degli Interni, già capo di gabinetto di Salvini quando ministro (in versione sceriffo) era lui, un tecnico indicato in quel ruolo proprio dal Carroccio due anni e mezzo fa. Pedina oggi considerata ampiamente sacrificabile per i leghisti (solo Massimiliano Fedriga, il presidente del Friuli Venezia Giulia, concede l’onore delle armi: «Mi sento di ringraziare Piantedosi», dice). Piantedosi alla Fortezza da Basso non c’è, non avendo tessera non era stato formalmente invitato, «certo se avesse voluto venire non sarebbe stato mandato via», dicono dietro le quinte. Considerazione un po’ beffarda: lo scorso 21 marzo a Napoli, ad un evento preparativo in vista del congresso, Piantedosi c’era eccome, inserito nel programma assieme a esponenti di partito. Comunque sia, la sua partecipazione al congresso non è mai stata in agenda, è quel che trapela dal ministero. Piantedosi non commenta ma la sua posizione resta quella espressa su Repubblica un mese fa («ricopro il ruolo di ministro dell’Interno per spirito di servizio e non per ambizione personale. Con questa libertà di pensiero dico che Salvini non solo è stato in passato ma sarebbe anche in futuro un ottimo ministro dell’Interno»). Che attorno al suo ruolo i leghisti ci si aggirino come i piranha, anche con metodi non convenzionali, è chiaro da tempo: ad esempio i sondaggi online sul suo gradimento — con annessa bocciatura — promossi da Andrea Stroppa, l’uomo di Elon Musk in Italia. Anche per queste ragioni da tempo Piantedosi si è avvicinato, sempre da tecnico, a FdI.
Di materiale per aumentare la pressione leghista sull’esecutivo ce n’è parecchio. Come quando Luca Zaia spiega «non siamo fedeli al governo, quelli sono i cani, siamo leali. Però l’autonomia o la facciamo per scelta oppure la dovremo fare per necessità». Il ministro agli Affari regionali Roberto Calderoli, in trance nostalgica partita col ricordo del suo primo approccio alla politica con “El moviment autonomista bergamasch” del nonno, rimette in mezzo un vecchio cavallo di battaglia: il Parlamento del nord, se si creassero le macroregioni. Romeo rivendica candidature leghiste nelle regioni del Carroccio, vedi il Veneto. Fedriga invece tocca la questione del terzo mandato: che arrivi un via libera superando il tetto a due «è una questione di democrazia». È sempre lui a concedere a margine una frase critica, parlando di banche e acquisizioni varie: «Per me Unicredit è una banca italiana. Salvini dice il contrario? Non sono il ventriloquo di Salvini...». Tra un intervento e l’altro la prima giornata di congresso va via liscia, a chiusura dalla regia mandano Albano e Romina, Felicità. Senti nell’aria c’è già un altro bell’avviso per l’inquilina di Palazzo Chigi.