I giudici come «establishment». Le Corti inclini «a negare spazi regolativi al legislatore». Le toghe in grado di condizionare «il rispetto della sovranità popolare». Un’analisi che diventa affondo a tutto campo. Se a pronunciarlo è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, giurista per eccellenza delle politiche meloniane oltre che magistrato, è fatale che si arroventi il solco già profondo tra governo e giudici. Che, con l’Associazione nazionale, esattamente tra una settimana rivedrà il ministro Nordio.
Per Mantovano, intervenuto ieri all’inaugurazione a Roma dell’anno giudiziario del Consiglio nazionale forense, esiste un problema che va «ben oltre le toghe rosse». È quello di una magistratura che «deraglia dai confini», «erode la sovranità popolare», «decide le politiche». E quindi corre il rischio di percepirsi «come establishment». Affilata la replica dell’Anm. «Siamo in uno Stato di diritto, se davvero pensano che un magistrato abbia esercitato un po…
I giudici come «establishment». Le Corti inclini «a negare spazi regolativi al legislatore». Le toghe in grado di condizionare «il rispetto della sovranità popolare». Un’analisi che diventa affondo a tutto campo. Se a pronunciarlo è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, giurista per eccellenza delle politiche meloniane oltre che magistrato, è fatale che si arroventi il solco già profondo tra governo e giudici. Che, con l’Associazione nazionale, esattamente tra una settimana rivedrà il ministro Nordio.
Per Mantovano, intervenuto ieri all’inaugurazione a Roma dell’anno giudiziario del Consiglio nazionale forense, esiste un problema che va «ben oltre le toghe rosse». È quello di una magistratura che «deraglia dai confini», «erode la sovranità popolare», «decide le politiche». E quindi corre il rischio di percepirsi «come establishment». Affilata la replica dell’Anm. «Siamo in uno Stato di diritto, se davvero pensano che un magistrato abbia esercitato un potere non suo, ricorrano alla Corte costituzionale», sottolinea il vicesegretario Stefano Celli. Mentre dal Csm, reagisce solidarizzando con i magistrati, Ernesto Carbone, laico renziano: «Considero pericolose le parole di Mantovano. Cosa dovrebbero fare i giudici? Interpellare Palazzo Chigi e chiedere il permesso prima di emettere una sentenza? Chi cerca così lo scontro fa male al Paese». «Polemiche strumentali - ribattono da Palazzo Bachelet le consigliere laiche della destra, Claudia Eccher e Isabella Bertolini – Il sottosegretario ha semplicemente ricordato che la Costituzione fissa l’equilibrio tra poteri. Sappiamo che ciò a qualcuno non piace e non vede l’ora che i magistrati disapplichino leggi non gradite, come sui migranti».
La disamina di Mantovano è durissima, indica le «tensioni tra poteri» e mette insieme più elementi. «Quello che è in gioco è diventato proprio il modo di intendere, di rispettare e di applicare la sovranità popolare, e in particolare quella sua forma di espressione che avviene tramite le decisioni dei parlamenti – puntualizza Mantovano - Sono tre le tipologie di aggiramento della volontà popolare attraverso la strada giudiziaria: la creazione delle norme per via giurisprudenziale; la sostituzione delle scelte del giudice a quelle del governo; la selezione per sentenza di chi deve governare». Ecco perché, rincara il sottosegretario, il problema oggi «è più complesso e più grave», altro che «il racconto di ‘toghe rosse’ in azione, che forse aveva senso 30 anni fa, ma adesso appare macchiettistico».
Per Mantovano, ai colleghi va addebitato «un ormai cronico sviamento della funzione», un «deragliamento dai propri confini» per decidere, «insieme alle norme, le politiche sui temi più sensibili, e anche chi deve applicare». E ce n’è anche per le Corti che erodono spazi all’espressione del legislatore: «Pensiamo a leggi sistematicamente disapplicate: quelle in materia di immigrazione».
Dal governo, fanno quadrato. Il ministro Nordio: «Nel dire che non c’è più un problema di toghe rosse, il collega Mantovano ha voluto dire che oggi, tramontate le ideologie, si obbedisce ad altro, alla degenerazione correntizia, a criteri di potere». E Lucio Malan, presidente dei senatori FdI: «Non si riferiva certo solo all’Italia. Da Mantovano una lezione di altissimo profilo».