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Meloni a Washington, non c’è spazio per l’ambiguità

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A Trump non interessano i ponti, ma gli inchini. Dopo settimane passate a chiedere un incontro alla Casa Bianca, la premier dovrebbe averlo capito: non sarà una passeggiata, e potrebbe essere una trappola
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A Donald Trump non interessano i ponti, ma gli inchini. Dopo settimane passate a chiedere un incontro alla Casa Bianca, nell’illusione di poter essere un elemento di congiunzione tra le due sponde dell’Oceano, Giorgia Meloni dovrebbe averlo capito: non sarà una passeggiata, e potrebbe essere una trappola. La decisione di sospendere i nuovi dazi per 90 giorni ai Paesi che hanno chiesto un’intesa — e quindi anche all’Europa — smina il viaggio dal punto di vista della trattativa, ma lo rende ancora più insidioso dal punto di vista politico. La premier italiana dovrà presentarsi alla corte trumpiana dopo aver sentito il bullo in chief parlare dei governi che cercano un accordo come gli imperatori parlavano dei sudditi che disprezzavano. O come un boss mafioso parla di qualcuno la cui vita è nelle sue mani. Non è semplice, per una leader di destra che si è sempre vantata di andare a testa alta in giro per il mondo e mai, mai con il cappello in mano.

Cos’altro sono, le carezze a mezzo…

A Donald Trump non interessano i ponti, ma gli inchini. Dopo settimane passate a chiedere un incontro alla Casa Bianca, nell’illusione di poter essere un elemento di congiunzione tra le due sponde dell’Oceano, Giorgia Meloni dovrebbe averlo capito: non sarà una passeggiata, e potrebbe essere una trappola. La decisione di sospendere i nuovi dazi per 90 giorni ai Paesi che hanno chiesto un’intesa — e quindi anche all’Europa — smina il viaggio dal punto di vista della trattativa, ma lo rende ancora più insidioso dal punto di vista politico. La premier italiana dovrà presentarsi alla corte trumpiana dopo aver sentito il bullo in chief parlare dei governi che cercano un accordo come gli imperatori parlavano dei sudditi che disprezzavano. O come un boss mafioso parla di qualcuno la cui vita è nelle sue mani. Non è semplice, per una leader di destra che si è sempre vantata di andare a testa alta in giro per il mondo e mai, mai con il cappello in mano.

Cos’altro sono, le carezze a mezzo stampa a JD Vance che avrebbe ragione sull’Europa “un po’ persa”, le critiche al Green deal e ai regolamenti europei, l’attacco a un mercato interno troppo frammentato — detto da chi è a capo di un partito sovranista, poi — se non un modo per ingraziarsi l’amministrazione americana? Quale Meloni si presenterà allo Studio ovale? L’amica del premier ungherese Orbán che ha già detto che lui le contro-tariffe europee non intende comunque votarle? L’alleata di Matteo Salvini, il leghista che di Trump critica solo l’immagine “disgustosa” usata per descrivere chi vuole trattare? O la sodale di Ursula von der Leyen, in missione per conto dell’Europa?

Quest’ultima parte è caduta nel momento in cui Trump ha sospeso tutto. Ed era comunque un ruolo che la premier si era attribuita senza la possibilità di avere un vero mandato. È l’Ue a dover trattare per tutti e a dover restare unita per non essere schiacciata, ed è proprio questo che Trump cercherà fino all’ultimo di evitare, offrendo accordi Stato per Stato anche dove non è possibile. Tradotto: preferendo la disgregazione dell’Ue cui puntano da tempo tutti i suoi sodali — da Musk in giù — che per questo sostengono i partiti neonazisti ovunque si trovino.

I dubbi espressi dal ministro dell’Industria francese Farracci sul vero volto della premier italiana, smentiti dalla portavoce del governo di Macron, sono legittimi. L’appoggio dichiarato di Weber, del Ppe, e della stessa von der Leyen, sembra a volte più un tentativo di tenere Meloni vincolata all’impegno con l’Unione, che un reale attestato di fiducia. Perché la leader FdI deve anche guardarsi a destra, e chi cerca di staccarla dai “Patrioti” lo sa. Il fatto che il presidente americano abbia dovuto arretrare, per la situazione dei mercati e gli scontri interni, non rende le cose più semplici.

Il tycoon sentirà ancora di più il bisogno di dimostrare la sua forza e la capacità di imporre ai leader europei un cambio di rotta radicale. Farà richieste, davanti alle quali la premier potrebbe trovarsi spiazzata. Oltre alla questione dei mercati e della bilancia commerciale, c’è ancora aperta la crisi Ucraina, il sostegno al governo di Kiev, la necessità di far fronte a una minaccia russa che semplicemente Trump non sente. Perché non lo riguarda. E ci sono i rapporti europei con la Cina, i regolamenti Ue sul digitale invisi alle Big tech. Se Trump chiederà a Meloni di schierarsi con lui in queste battaglie, cosa risponderà la premier? Potrebbe essere il momento di scegliere se stare con chi, come i Patrioti, non esita a lavorare con i discepoli di Bannon per distruggere l’Europa, o con chi tenta di salvarla facendo fronte comune. L’unica certezza, è che la premier funambola tenterà, ancora una volta, di tenersi in equilibrio sul burrone.

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