✕

Meloni da Trump, la sponda tedesca per trattare con la Casa Bianca

Ascolta l'audio

Irritazione con Macron, telefonata con il neo cancelliere Merz. La premier cerca alleanze in vista della missione Usa
2 minuti di lettura

Un enorme sospiro di sollievo. A sera, Giorgia Meloni spezza l’apnea e torna a respirare: la situazione resta complessa - è il ragionamento che consegna ai suoi – ma il segnale è positivo e almeno si riaprono i giochi. Fino a poche ore prima, a Palazzo Chigi era un mix di ansia da prestazione e paura di inciampare. Dopo l’annuncio di Donald Trump, che congela i dazi, la missione della premier alla Casa Bianca diventa indubbiamente meno scivolosa. Non deve più portare a casa un risultato, ma può trattare con il tycoon. Per l’Italia, ma tenendo aggiornata l’Europa. Semmai, il nodo politico diventa un altro: il rapporto con la Cina. Ed è proprio attorno a questa faglia che la presidente del Consiglio ha avuto due giorni fa una telefonata delicatissima.

Dall’altro capo del filo - si apprende da fonti presidenziali - c’è il prossimo cancelliere tedesco Friedrich Merz. Parlano di tutto, ma soprattutto di dazi. E del rapporto con Stati Uniti e Cina. La premier gli preannuncia il viaggi…

Un enorme sospiro di sollievo. A sera, Giorgia Meloni spezza l’apnea e torna a respirare: la situazione resta complessa - è il ragionamento che consegna ai suoi – ma il segnale è positivo e almeno si riaprono i giochi. Fino a poche ore prima, a Palazzo Chigi era un mix di ansia da prestazione e paura di inciampare. Dopo l’annuncio di Donald Trump, che congela i dazi, la missione della premier alla Casa Bianca diventa indubbiamente meno scivolosa. Non deve più portare a casa un risultato, ma può trattare con il tycoon. Per l’Italia, ma tenendo aggiornata l’Europa. Semmai, il nodo politico diventa un altro: il rapporto con la Cina. Ed è proprio attorno a questa faglia che la presidente del Consiglio ha avuto due giorni fa una telefonata delicatissima.

Dall’altro capo del filo - si apprende da fonti presidenziali - c’è il prossimo cancelliere tedesco Friedrich Merz. Parlano di tutto, ma soprattutto di dazi. E del rapporto con Stati Uniti e Cina. La premier gli preannuncia il viaggio negli Usa, che sarà ufficializzato poche ore dopo. Spiega di essere in contatto costante con Ursula von der Leyen. Promette aggiornamenti al rientro. E assicura: coopereremo, non ci divideremo.

È quello che vuole sentirsi dire il leader popolare tedesco. Chiede a Meloni di giocare di sponda con il Ppe: significa lasciare perdere gli attacchi a Ursula portati avanti da Matteo Salvini, così come di non cedere alla tentazione (anche questa, esplicitata dal leghista) di trattare con Trump in modo bilaterale, dividendo l’Unione. E d’altra parte, Berlino e Roma sono talmente interconnesse sul fronte commerciale che non possono salvarsi da sole.

Il problema è però un altro. È ormai chiaro che il presidente Usa si prepara a chiedere a Meloni di farsi promotrice in Europa di un approccio ostile a Pechino. Vale su molti dossier, comprese le auto elettriche che i cinesi intendono dirottare sul mercato europeo. Un bivio, per Bruxelles. La Germania non sembra intenzionata ad abbandonare il mercato del colosso asiatico – due giorni fa von der Leyen ha sentito al telefono il premier cinese - né a seguire la politica tariffaria di Trump contro il Dragone. Anche la Francia frena, al pari della Spagna. L’Italia, invece, potrebbe mostrarsi più morbida. Aprire a una collaborazione transatlantica rafforzata. Ecco il nodo attorno al quale la visita di Meloni potrebbe ridiventare scivolosa.

La telefonata avvicina comunque i due leader. Non a caso proprio ieri il capo del Ppe Manfred Weber, anche lui tedesco, ha benedetto il suo viaggio negli Usa. E chiede alla premier di non inseguire Salvini, muovendosi invece assieme al numero uno di Forza Italia Antonio Tajani: «Accolgo con favore tutti i tentativi di parlare con Trump. La premier e il ministro degli Esteri lavorano per difendere gli interessi dell’Europa. I leader populisti invece stanno svendendo quelli degli europei».

Se con Berlino qualcosa si muove, con Parigi la situazione resta complessa. Meloni e Macron, è cosa nota, non si amano. Quando la premier legge degli attacchi dei ministri francesi, dà ordine a Tommaso Foti di replicare. E in privato non contiene il fastidio verso il presidente francese: non si capisce perché quando si muove lui rappresenta tutti noi europei - è il ragionamento - mentre quando lo faccio io non è così. Di più: non ci sono Paesi che hanno più diritti o più rappresentanza di altri.

Sono recriminazioni che ciclicamente riaffiorano.Colpirla soltanto poche ore dopo l’annuncio della Casa Bianca del suo viaggio a Washington, d’altra parte, è considerato un atto di guerriglia politica. Farlo pure nel giorno in cui Trump offende chi cerca un accordo per ridurre l’impatto dei dazi, non fa che accrescere il risentimento. L’Eliseo impone nel pomeriggio una retromarcia, che non sarebbe però frutto di un contatto diretto tra i due leader. A sera, Trump stravolge ancora il quadro. E rilancia il dilemma: con Washington, oppure con Pechino?

Leggi i commenti