GJADER (Albania) – Il gregge di pecore che scende dal sentiero, un vecchio contadino vestito all’antica su un asino con il basto e il carico di legna. E il bunker dal quale nella notte, la prima trascorsa a Gjader dai quaranta migranti arrivati in Albania venerdì mattina, si levano urla. «C’è stata una protesta e tre casi di autolesionismo, si sono tagliati con un vetro», spiegherà poi l’europarlamentare Pd Cecilia Strada.
Finora il centro costruito sulle colline sopra la città di Alessio è stata una silenziosa cattedrale nel deserto. Immersa nella quiete circostante e popolata sporadicamente da egiziani e bengalesi spauriti da «accogliere», reduci dal viaggio incerto sui barchini che attraversano il Mediterraneo. Ora comincia ad assomigliare in tutto a un Cpr italiano, con le sue tipiche tensioni e le promiscuità dei vissuti, persone con condanne per violenza sessuale alle spalle nella stessa cella con chi invece ha il solo reato di aver tentato di nascondere il suo status di cland…
GJADER (Albania) – Il gregge di pecore che scende dal sentiero, un vecchio contadino vestito all’antica su un asino con il basto e il carico di legna. E il bunker dal quale nella notte, la prima trascorsa a Gjader dai quaranta migranti arrivati in Albania venerdì mattina, si levano urla. «C’è stata una protesta e tre casi di autolesionismo, si sono tagliati con un vetro», spiegherà poi l’europarlamentare Pd Cecilia Strada.
Finora il centro costruito sulle colline sopra la città di Alessio è stata una silenziosa cattedrale nel deserto. Immersa nella quiete circostante e popolata sporadicamente da egiziani e bengalesi spauriti da «accogliere», reduci dal viaggio incerto sui barchini che attraversano il Mediterraneo. Ora comincia ad assomigliare in tutto a un Cpr italiano, con le sue tipiche tensioni e le promiscuità dei vissuti, persone con condanne per violenza sessuale alle spalle nella stessa cella con chi invece ha il solo reato di aver tentato di nascondere il suo status di clandestino.
I detenuti, che a quanto riferisce Strada hanno fatto tutto il viaggio con le fascette ai polsi - «anche per mangiare e andare in bagno» - battono contro le sbarre per protesta, si danno voce da una cella all’altra. Gli avvocati cominciano a cercare una via per tirarli fuori con un ricorso. La prima ad arrivare, da Bari, è Rosa Guerra, con il marito albanese. Proverà a chiedere il riesame del provvedimento di trattenimento al giudice di pace: «Io non sono stata informata del trasferimento dei miei assistiti, è molto grave». Per la verità non lo sapevano neanche i suoi: li hanno svegliati nel cuore della notte, “Alzatevi, vi dobbiamo portare in un altro centro”.
Quando sono arrivati al porto, riferisce Strada, hanno capito dai segnali stradali che erano diretti in Albania. «Ora sto ricevendo dai Cpr italiani tante telefonate, hanno terrore di finire qui», fa sapere l’avvocata. Alla sua collega Donatella Tanzariello, del consiglio italiano rifugiati, hanno raccontato che nei loro moduli, di notte, hanno le luci d’emergenza sparate in faccia e non riescono a dormire. Forse qualcuno è stato rimandato in Italia con la nave Libra che è partita ieri mattina da Shengjn. «Quando abbiamo chiesto se il numero dei presenti fosse lo stesso di ieri - assicura Tanzariello - c’è stato imbarazzo, non ci hanno risposto». «Dalla Prefettura di Roma hanno dato indicazioni di non farlo», precisa Strada.
Le accuse di violenza sessuale e altri reati contestati ad alcuni dei quaranta ospiti? «Ci facciano vedere i fascicoli». E Alessandro Zan, responsabile diritti del suo partito, attacca Giorgia Meloni: «La smetta di scimmiottare il suo amico Trump con i deportati venezuelani e ammetta il fallimento del modello Albania».