ROMA – Non dovrebbe andare al Congresso americano, anche se l’opzione resta sul tavolo: Giorgia Meloni intende concentrarsi sul colloquio con Donald Trump ed evitare possibili sbavature nella missione americana. Con il presidente americano spingerà al massimo sul progetto lanciato negli ultimi giorni anche da Ursula von der Leyen e Elon Musk: un’area a “dazi zero”, un mercato unico e di libero scambio tra Europa e Stati Uniti capace di rafforzare la cooperazione tra alleati. Ecco perché nelle ultime ore ha chiesto a Ursula von der Leyen di premere sul commissario al commercio Ue Maros Sefcovic, domani in visita nella capitale americana, affinché si spenda per avvicinare questo traguardo.
Non è un piano, però: visto l’alto numero di variabili, assomiglia a un’impresa. Con l’Europa costretta a ricoprire un ruolo scomodissimo. Bruxelles si trova nel mezzo, in qualche modo contesa – o forse solo strattonata – da Washington e Pechino. Se l’Italia guarda agli Stati Uniti, infatti, i partne…
ROMA – Non dovrebbe andare al Congresso americano, anche se l’opzione resta sul tavolo: Giorgia Meloni intende concentrarsi sul colloquio con Donald Trump ed evitare possibili sbavature nella missione americana. Con il presidente americano spingerà al massimo sul progetto lanciato negli ultimi giorni anche da Ursula von der Leyen e Elon Musk: un’area a “dazi zero”, un mercato unico e di libero scambio tra Europa e Stati Uniti capace di rafforzare la cooperazione tra alleati. Ecco perché nelle ultime ore ha chiesto a Ursula von der Leyen di premere sul commissario al commercio Ue Maros Sefcovic, domani in visita nella capitale americana, affinché si spenda per avvicinare questo traguardo.
Non è un piano, però: visto l’alto numero di variabili, assomiglia a un’impresa. Con l’Europa costretta a ricoprire un ruolo scomodissimo. Bruxelles si trova nel mezzo, in qualche modo contesa – o forse solo strattonata – da Washington e Pechino. Se l’Italia guarda agli Stati Uniti, infatti, i partner continentali lanciano segnali di dialogo verso la Cina: lo spagnolo Pedro Sanchez anche per assecondare pulsioni di politica interna, Francia e Germania per difendere i propri interessi commerciali con il Dragone. La scommessa della presidente del Consiglio, però, è che gli attori europei dovranno presto risolvere il dilemma geopolitico. E saranno costretti a scegliere l’alleanza con la Casa Bianca. Per ragioni economiche e di sicurezza.
A condizionare questo giudizio c’è anche un’altra riflessione della premier. Tra poco Friedrich Merz diventerà cancelliere tedesco e il suo primo viaggio sarà a Washington. Certo, la Germania resta interessata al mercato cinese. Ma nello stesso tempo è pronta a negoziare con Trump la fine dei dazi – ed eventuali restrizioni verso Pechino – per evitare l’enorme danno al proprio export inflitto dalle barriere imposte (e ora congelate) dagli Stati Uniti.
Sono e restano, appunto, previsioni alla vigilia di una missione delicatissima. Anche perché dell’imprevedibilità di Trump c’è ormai piena (e amara) consapevolezza a Palazzo Chigi. Meloni, d’altra parte, si prepara a dover incassare alcune critiche feroci dal presidente americano. La prima riguarda la web tax, voluta da Bruxelles e adottata dall’Italia. Una misura ormai difficilmente negoziabile. Nel corso di una missione a Washington di inizio gennaio, alcuni tecnici dell’esecutivo avevano raccolto la lamentela della controparte trumpiana: basta con la tassa sulle big tech, considerata «discriminatoria» e a cui gli Usa potrebbero reagire con ritorsioni mirate. Ma non basta. Nel corso di una recente audizione al Senato americano, il prossimo ambasciatore Usa in Italia, Tirman Fertitta - incalzato da alcuni parlamentari - ha promesso uno stretto monitoraggio delle attività cinesi in Italia. Di più: si è spinto a criticare il progetto di partenariato globale tra Roma e Pechino – firmato da Meloni – che ha sostituito il memorandum sulla Via della Seta. Comunque troppo, per gli Stati Uniti. E sempre Fertitta ha rilanciato l’allarme per la presenza di undici stazioni di polizia cinese in Italia, sospettate di controllare le comunità cinesi (ed eventuali dissidenti).
Sono problemi che complicheranno il colloquio. Ma a pesare sarà soprattutto la richiesta americana sulle spese militari: Roma è tra i pochi partner Nato a non aver ancora raggiunto il target del 2%. La premier assicurerà che quell’asticella sarà superata entro il vertice dell’Alleanza di giugno all’Aia. E prometterà ulteriori sforzi nella prossima finanziaria, per avvicinare al massimo il 2,25%. Per farlo, sfrutterà tre vettori: la revisione dei fondi del Pnrr, la possibilità di investimenti - ad esempio di Fincantieri e Leonardo - nell’ambito delle cinque priorità strategiche sulla coesione (provvidamente rielaborate da Raffaele Fitto) e le spese a debito , escluse però dal calcolo del deficit grazie alla clausola di salvaguardia del Rearm Eu.