Quella relazione speciale tra papa Francesco e mio padre Giorgio Napolitano
di Giulio NapolitanoQuello tra mio padre e papa Francesco doveva essere un incontro breve, meramente cerimoniale. Avvenne il 19 marzo 2013, in piazza San Pietro, al termine dell’insediamento del neo-eletto Jorge Mario Bergoglio al soglio pontificio. Mio padre, nel salutarlo, gli disse di essere lieto di poter fare la sua conoscenza. Voleva intendere: “Giusto in tempo prima del termine del mio mandato”. Era ormai giunto alla fine del suo settennato e si apprestava a lasciare il Quirinale mentre lo stallo politico derivante dall’esito delle elezioni del 24 e 25 febbraio sembrava rendere difficile la formazione di qualsiasi governo. Mio padre era angustiato dall’incomunicabilità tra i partiti che aveva registrato in quelle settimane ma si apprestava a lasciare al suo successore, nella pienezza dei suoi poteri costituzionali, il compito di sbrogliare la difficile matassa. Quella bella e calda giornata a Piazza San Pietro, per la quale si era adeguatamente attrezzato con cappello e occhiali da sole, rappresen…
Quello tra mio padre e papa Francesco doveva essere un incontro breve, meramente cerimoniale. Avvenne il 19 marzo 2013, in piazza San Pietro, al termine dell’insediamento del neo-eletto Jorge Mario Bergoglio al soglio pontificio. Mio padre, nel salutarlo, gli disse di essere lieto di poter fare la sua conoscenza. Voleva intendere: “Giusto in tempo prima del termine del mio mandato”. Era ormai giunto alla fine del suo settennato e si apprestava a lasciare il Quirinale mentre lo stallo politico derivante dall’esito delle elezioni del 24 e 25 febbraio sembrava rendere difficile la formazione di qualsiasi governo. Mio padre era angustiato dall’incomunicabilità tra i partiti che aveva registrato in quelle settimane ma si apprestava a lasciare al suo successore, nella pienezza dei suoi poteri costituzionali, il compito di sbrogliare la difficile matassa. Quella bella e calda giornata a Piazza San Pietro, per la quale si era adeguatamente attrezzato con cappello e occhiali da sole, rappresentò per lui una felice e inattesa parentesi nella delicata situazione politica che attraversava il Paese.
Poche settimane prima aveva ricevuto da Benedetto XVI, al termine dell’ultimo concerto che aveva offerto in suo onore, la sorprendente confidenza delle sue ormai imminenti dimissioni. Mio padre si era appena pubblicamente accomiatato da Joseph Ratzinger, al quale lo legava un forte rapporto di reciproca stima e di condivisione dell’amore per la musica e per le sorti dell’Europa. Ma, al momento del saluto finale, scoprì che sarebbe stato il suo interlocutore ad anticiparlo con le sue storiche dimissioni, che in effetti vennero rassegnate pochi giorni dopo. Fu così che mio padre ebbe l’opportunità di conoscere il successore di Ratzinger, il quale, già in quel primo saluto, fu schietto e generoso. Disse a mio padre che anche lui era lieto di conoscerlo «perché da tempo la seguo e la apprezzo»: chissà, forse non solo nella sua attuale veste di capo dello Stato, ma anche in quella storica di dirigente politico di lungo corso nel maggior partito della sinistra italiana, il Pci, sempre vicino ai lavoratori e alla causa del progresso e del dialogo tra i popoli. Nel riferirmi di quel rapido scambio di battute, la voce di mio padre si incrinò leggermente. Poi riprese il tono abituale e mi riferì di avergli aggiunto: «Concludo il mio mandato in una fase di grande incertezza politica, ma almeno con un ottimo stato dei rapporti tra la Repubblica e il Vaticano».
Un mese dopo non solo la città del Vaticano ma anche la Repubblica italiana visse un inedito: la rielezione del capo dello Stato uscente. Mio padre che aveva fatto di tutto per evitarla alla fine aveva dovuto cedere alla richiesta di quasi tutte le forze politiche, dei presidenti delle regioni, e di tantissimi cittadini e personalità della società civile. Venne rieletto a larghissima maggioranza un sabato pomeriggio (il 20 aprile 2013) e passò il giorno dopo, la domenica, da solo nell’appartamento al Quirinale a scrivere il discorso che avrebbe rivolto l’indomani al Parlamento in seduta comune. Ci lavorò intensamente, fino a sera, sapendo di dover pronunciare parole dure e ultimative. A fine giornata mi chiamò per informarmi che aveva appena ricevuto un’inattesa e affettuosa telefonata di papa Francesco, che molto lo aveva confortato. Il papa gli disse di essere ammirato per la sua decisione, che definì “un gesto di ‘eroicità’ patriottica”.
Cominciò così il loro rapporto formale che culminò nella visita ufficiale di papa Francesco in Quirinale il 14 novembre 2013. Nell’accoglierlo mio padre volle andare oltre la solennità della cerimonia per esprimere “i genuini sentimenti di vicinanza e di affetto che la Sua figura, il Suo modo di rivolgersi a tutti noi, il Suo impegno pastorale hanno suscitato nell'animo nostro fin dai primi momenti del Suo pontificato”. Sottolineò la “faticosa quotidianità” in cui è immerso chi esercita funzioni di rappresentanza e di guida nelle istituzioni politiche in un “clima spesso avvelenato e destabilizzante” e auspicò che tutti potessero trarre insegnamento dalla cultura dell'incontro e del dialogo che papa Francesco non si stancava di invocare. Bergoglio rispose che la sua visita intendeva esprimere “un segno di amicizia” e sottolineò l’importanza della “quotidiana collaborazione tra Stato e Chiesa al servizio della persona umana”. Espresse la sua preoccupazione per “l'insufficiente disponibilità di lavoro” e volle incoraggiare “generose risposte di solidarietà”. E concluse associandosi alla stima e all'affetto che il popolo italiano nutriva per il presidente della Repubblica. Assistetti anch’io alla cerimonia e notai come il Papa avesse parlato a fatica, non con la solita energia. Soltanto al termine della cerimonia, nel salutare le famiglie e i bambini dei dipendenti del Quirinale, aveva ritrovato un po’ della sua abituale verve. La sera il papa telefonò a mio padre, gli rivelò che la mattina si era svegliato con una forte influenza, per questo aveva un tono dimesso durante il discorso, quasi si scusò per la sua prestazione sottotono, ma disse che non aveva voluto rinunciare a quella visita per lui così importante.
Poco più di un anno dopo mio padre si dimise da presidente della Repubblica e volle in qualche modo ricambiare la cortesia che gli aveva rivolto papa Benedetto XVI recandosi a Santa Marta da papa Francesco per anticipargli la sua decisione e accomiatarsi. Ma il rapporto tra loro non venne mai meno. Si scrissero più volte durante l'anno giubilare straordinario del 2015-2016 e papa Francesco gli disse di apprezzare il ruolo che con “discrezione” continuava a svolgere al servizio del Paese nel dibattito pubblico e in Senato.
Quando mio padre morì, il 22 settembre 2023, papa Francesco fece due gesti straordinari. Il primo gesto fu la visita alla camera ardente in Senato. Il suo arrivo al termine dell’Angelus mi fu preannunciato appena un paio d’ore prima dal vicesegretario generale del Senato, Federico Toniato. Attorno alle 13.30 papa Francesco varcò l’ingresso di palazzo Madama ed entrò nella sala in carrozzina. Era la prima volta di un pontefice in Senato. Arrivato di fronte a mia madre, si alzò in piedi e fece gli ultimi passi per salutarla. Quindi si avvicinò al feretro e rimase in meditazione – forse per un’intima preghiera – per alcuni minuti.
All’uscita scrisse nel libro delle dediche: “Un ricordo e un gesto di gratitudine a un grande uomo, servitore della Patria”. Non mancarono le polemiche per quell’inedito omaggio a un uomo di Stato, per di più non osservante. Ma papa Francesco non se ne curò. Anzi, volle ribadire la sua vicinanza in una bellissima lettera privata a mia madre che fu recapitata a casa quella sera.
Il secondo gesto, meno noto, ma ugualmente emozionante, fu il suo omaggio alla tomba di mio padre al Cimitero acattolico di Roma il 2 novembre 2023. Un’altra prima volta per un pontefice in quel cimitero in oltre duecento anni di storia. L’ennesima prova di un rapporto speciale, ma soprattutto della eccezionale umanità e del grande coraggio politico di papa Francesco.