Papa e la politica, i leader tenuti a distanza e il rifiuto di scegliere un partito di riferimento
di Francesco BeiLa premier Giorgia Meloni con Papa Francesco sul palco degli Stati Generali della Natalità a Roma nel 2023
C’è un passaggio, nell’autobiografia uscita da poco di Bergoglio (Spera, Mondadori), che illumina più di qualsiasi altro la formazione familiare di questo gesuita roccioso, quella che darà al futuro Papa le sue coordinate morali e soprattutto politiche. È il ricordo di “nonna Rosa”, militante dell’Azione cattolica nell’Astigiano… e fervente antifascista. «Nonna Rosa teneva conferenze e incontri in tutta la provincia, soprattutto con le ragazze e le donne. Dicendo cose che, a quanto pareva, non piacevano affatto al governo fascista che intanto si era insediato. Non in una sola occasione minacciarono di farle ingoiare l’olio di ricino. I suoi principi e la sua fede, del resto, non potevano consentirle di guardare al regime se non con sospetto e avversione: l’autoritarismo, i metodi brutali degli squadristi, il totalitarismo». «Altro che Benito», pare dicesse suo fratello Nando agli amici. «Quello là? Dovevano chiamarlo Malito… Fa solo male».
Ecco, il Papa era questo e queste eran…
C’è un passaggio, nell’autobiografia uscita da poco di Bergoglio (Spera, Mondadori), che illumina più di qualsiasi altro la formazione familiare di questo gesuita roccioso, quella che darà al futuro Papa le sue coordinate morali e soprattutto politiche. È il ricordo di “nonna Rosa”, militante dell’Azione cattolica nell’Astigiano… e fervente antifascista. «Nonna Rosa teneva conferenze e incontri in tutta la provincia, soprattutto con le ragazze e le donne. Dicendo cose che, a quanto pareva, non piacevano affatto al governo fascista che intanto si era insediato. Non in una sola occasione minacciarono di farle ingoiare l’olio di ricino. I suoi principi e la sua fede, del resto, non potevano consentirle di guardare al regime se non con sospetto e avversione: l’autoritarismo, i metodi brutali degli squadristi, il totalitarismo». «Altro che Benito», pare dicesse suo fratello Nando agli amici. «Quello là? Dovevano chiamarlo Malito… Fa solo male».
Ecco, il Papa era questo e queste erano le sue credenziali familiari. Una sottolineatura magari non così scontata nel Paese governato da un partito dove, sotto la pelle, non mancano i nostalgici dichiarati. Eppure provare a decifrare il Pontefice con le lenti dei partiti, della politique politicienne, stringendo una personalità complessa nella reductio “a sinistra”, sarebbe sbagliato. È vero, come riconobbe anni fa Massimo D’Alema, che Francesco è stato vissuto come «il principale leader della sinistra». Ma con Giorgia Meloni, ad esempio, i rapporti sono sempre stati più che cordiali. Sarà perché giovane, e Bergoglio era un Papa che attribuiva comunque ai giovani un credito positivo, sarà perché prima donna premier, sarà perché proveniente «dal popolo», con Meloni il feeling c’era. Non una vicinanza politica, ma certamente una simpatia umana. Come quando, alla conferenza sulla natalità del 2023, fu lui a togliere la premier dall’imbarazzo di essersi presentata vestita di bianco, contravvenendo alle regole del cerimoniale vaticano. «Oggi — le fece notare con un sorriso paterno — ci siamo vestiti uguali...». Ed è stata Meloni l’unica leader ad essere ammessa nella stanza del sofferente Papa all’ospedale Gemelli nell’ultimo ricovero.
Per il resto, Francesco è stato un Papa super-politico, in antitesi netta con il teologo Ratzinger. Un Pontefice di clamorosi gesti di rottura. Come quando, prima visita simbolica appena eletto, scelse Lampedusa per illuminare il dramma dei migranti. Ecco, sul piano dei contenuti, non c’è dubbio che la pastorale di Bergoglio sia stata un controcanto continuo rispetto alle parole d’ordine delle destre, italiane e mondiali. Anche la prima vera enciclica pensata e scritta dal Papa — la “Laudato Si’” — è suonata come uno schiaffo ai negazionisti del cambiamento climatico. Così come la scelta di dare l’esempio con un video sulla vaccinazione anti-Covid.
Certo che per i politici italiani l’arrivo al soglio di San Pietro di un prete argentino è stato un risveglio brusco, soprattutto dopo gli anni del collateralismo teo-con sponsorizzato dal cardinale Ruini. Niente più valori «non negoziabili». O, meglio, cambia la scala gerarchica delle priorità politiche della Santa Sede. Come scrisse lo storico della Chiesa Alberto Melloni, «a tutti è risultato chiaro che le questioni non negoziabili erano diventate altre rispetto alla lista di temi eticamente sensibili: erano il Vangelo dei poveri e la teologia della liberazione dalla corruzione». La doccia fredda se la prendono quelle centinaia di parlamentari che il Papa riceve alle sette di mattina (costringendoli ad alzarsi all’alba) su invito del cappellano della Camera dei deputati, monsignor Fisichella. Caso voluto oppure no, sta di fatto che proprio quella mattina la liturgia prevede un brano del Vangelo particolarmente duro verso la corrente dei farisei. I politici sentono un brivido sulla schiena quando il Papa, puntando lo sguardo sulle prime file, alza la voce: «No alla corruzione, agli interessi di partito e ai sepolcri imbiancati».
Bisogna a questo punto aggiungere che a Bergoglio la politica dei palazzi ha sempre provocato allergie. Un Papa populista? Forse un po’, almeno per certi suoi detrattori, certamente anti-establishment, tanto che tra i (pochi) politici ha sempre preferito quelli «con l’odore delle pecore addosso», come diceva dei suoi preti. «Un conto è la politica che ascolta la realtà, che ascolta i poveri, e un altro è quella che sta chiusa nei palazzi. La politica distillata», disse poco prima delle ultime elezioni.
Tra questi anche personaggi non proprio in odore di sagrestia, come Emma Bonino — che il Papa andò persino a trovare a casa una volta dimessa dall’ospedale — o Marco Pannella. Il leader radicale scriverà al Papa una lettera struggente, un mese prima di morire. Il pontefice era appena stato a Lesbo, l’altra Lampedusa del Mediterraneo, e Pannella lo incoraggiò vergando queste righe: «Questo è il Vangelo che io amo e che voglio continuare a vivere accanto agli ultimi, quelli che tutti scartano». Un post scriptum di quella lettera lasciò quasi intravedere una conversione in limine mortis: «Ho preso in mano la croce che portava mons. Romero, e non riesco a staccarmene».
Amico di personaggi ai margini della politica — i radicali, ma anche l’ex disobbediente Luca Casarini — e certamente freddo, freddissimo, con leader del “cattivismo” come Matteo Salvini, mai ricevuto in tanti anni nonostante i tentativi del leader leghista di imbucarsi in Vaticano. Quando si parla di migranti, il Papa non sente ragioni. Ne fa le spese persino la Cei, rea di aver affidato a Marco Minniti — l’architetto degli accordi con la Libia e presidente della Fondazione Med-Or di Leonardo, tra le maggiori società italiane produttrici di armi — l’intervento di apertura, nel febbraio del 2022, dell’incontro di Firenze tra vescovi e sindaci del Mediterraneo. Il Papa avrebbe dovuto chiudere, ma dà forfait per «un’acuta gonalgia, per la quale il medico ha prescritto un periodo di maggiore riposo per la gamba», come riferisce la sala stampa della Santa Sede. Ma il messaggio che filtra dalle sacre stanze è una forte irritazione che colpisce anche la Cei.
Lontano dai partiti italiani e pungolo critico per il governo. Questo è stato il pontificato di Francesco. Gli studenti protestano con le tende per il caro-affitti e il Papa sta con loro. «Difficoltà a trovare un lavoro stabile, case dal costo proibitivo, affitti alle stelle e salari insufficienti sono problemi reali», dice. Il governo si riempie la bocca di natalità e famiglia e il Papa ricorda che «natalità e accoglienza non vanno contrapposte». Sempre sul pezzo, sempre scomodo. Per tutti.