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Santa Maria Maggiore, la preghiera nella basilica dove Bergoglio riposerà

(reuters)

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Il segretario di Stato Pietro Parolin in serata recita il rosario in veste bianca. Con lui centinaia di fedeli
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Incombe la colomba dello Spirito Santo, giusto sulla testa del cardinale Pietro Parolin, e si potrebbero quindi fare molte congetture sui segni del destino, sui molteplici e misteriosi simboli della Chiesa cattolica, e anche sul suo futuro imminente. Ma sono solo suggestioni, nel vento che sfiora la facciata della basilica papale di Santa Maria Maggiore. Il Segretario di Stato vaticano sta guidando il rosario per il fu papa, che qui verrà seppellito. È anche uno dei papabili, e così appare fortemente ai presenti, creato cardinale proprio da Francesco, ma ora cerimoniere di una cerimonia piccola, seppure suggestiva. Sul sagrato, circa duecento persone, oltre la cancellata un centinaio. E nel traffico che non vuole smorzarsi, Parolin attacca il primo Mistero, “Gesù prega e suda sangue…”, siamo nell’orto del Getsemani, e anche davanti alla chiesa più amata da papa Bergoglio, «affidiamo il nostro amato a Maria Santissima, Salus Populi romani. Siamo qui a sollevare lo sguardo verso il ciel…

Incombe la colomba dello Spirito Santo, giusto sulla testa del cardinale Pietro Parolin, e si potrebbero quindi fare molte congetture sui segni del destino, sui molteplici e misteriosi simboli della Chiesa cattolica, e anche sul suo futuro imminente. Ma sono solo suggestioni, nel vento che sfiora la facciata della basilica papale di Santa Maria Maggiore. Il Segretario di Stato vaticano sta guidando il rosario per il fu papa, che qui verrà seppellito. È anche uno dei papabili, e così appare fortemente ai presenti, creato cardinale proprio da Francesco, ma ora cerimoniere di una cerimonia piccola, seppure suggestiva. Sul sagrato, circa duecento persone, oltre la cancellata un centinaio. E nel traffico che non vuole smorzarsi, Parolin attacca il primo Mistero, “Gesù prega e suda sangue…”, siamo nell’orto del Getsemani, e anche davanti alla chiesa più amata da papa Bergoglio, «affidiamo il nostro amato a Maria Santissima, Salus Populi romani. Siamo qui a sollevare lo sguardo verso il cielo…».

E c’è persino commozione, come un velario impalpabile che isola dal passaggio dei bus, moto e auto in direzione Termini, l’icona illuminata dai ceri (finti), i fiori vaticani gialli e bianchi, la foto di Francesco. Molti in ginocchio. Molti si domandano perché recitare un rosario all’aperto, e non all’interno, comodamente seduti sotto il soffitto d’oro, e lo sfarzo dei marmi, dei sontuosi mosaici su cui si cammina un po’ incerti. Non è San Pietro, ma non è una chiesa di campagna. Era il posto di Francesco, che ci veniva a pregare prima di ogni viaggio, e poi al ritorno, come un fedele qualunque appassionato della Salus Populi Romani, come molti romani sono. L’icona antica, una madonna di sguardo serio e sorriso assente, in blu/nero, e un bambino già benedicente, che si dice prodotta addirittura da san Luca. E ci è venuto 126 volte, gli esperti hanno tenuto il conto. E anche dopo le dimissioni dall’ospedale, subito qui, a ringraziare, in sedia a rotelle e sfinito, ma a ringraziare.

Penelope, turista da Siracusa, ieri mattina raccontava che «era un grande uomo, a me ha cambiato la vita». Come, non lo dirà, forse ha ricevuto una grazia, o una qualche consolazione. Intanto le voci si mescolavano, le preghiere pure, in tutte le lingue conosciute, si intrecciavano davanti agli altari e ai confessionali sempre aperti, e avanzava persino un corteo cantante, di sacerdoti guidati da un vescovo e laici, che occupavano tutti i posti a sedere, ed ecco un’altra messa. «Siamo 250 fedeli, arrivati con 5 pullman da Ratisbona, felici di essere qui, per salutarlo l’ultima volta», e si sono portati anche il coro e una piccola orchestra di fiati, corni e tromboni tuonanti nel “Kirie eleison”, e tutta la basilica di colpo si è zittita. Anche il drappello di fedeli coreane, con il cappellino blu, sguscianti tra la folla tenendosi per mano, per non perdersi.

«Ci stiamo tutti portando avanti», perché tutti sanno che dopo la sepoltura sarà difficile visitare la tomba, «ci sarà troppa folla, perché questo papa è molto amato. Anche da me, che sono laico», diceva un torinese Guido con moglie e figlia ragazzina, e poi «sabato saremo già tornati a casa, meglio venirci subito». E peccato, davvero, che avessero appena transennato l’area dove verrà sepolto. Un alto muro di truciolato, e ben lucchettato, «ma nessuno ci sta lavorando, incredibile!», diceva un pellegrino da Sidney alla moglie, tentando il chiavistello, e sfidando gli occhiuti guardiani.

Ma tutto è già pronto. Gli operai della Basilica hanno in poche ore sollevato i lastroni di marmo, e scavato e scavato fino ad arrivare proprio alla terra, come era desiderio di Francesco, «seppellitemi nella nuda terra», ma per trovarla sono dovuti ben scendere, attraversando gli strati e i sedimenti di una costruzione che ha sedici secoli. E nata da un miracolo che si chiama “della nevicata”, la Vergine che indica al papa Liberio il posto dove sorgerà la “sua” chiesa, e gliela indica con una neve agostana. «Avrà una tomba semplice», diceva il signor Felix, un inglese, «non certo come tutti questi monumenti», e allargando lo sguardo ai sepolcri barocchi, l’imponente statua di Clemente IX, le vesti ricche, un mantello di marmo che svolazza, e le colonne rosse e due sante ai lati. La tomba di Francesco sarà un’altra cosa, perciò i pellegrini vogliono la foto ricordo davanti alla paratia di legno da cantiere che tutto copre, ancora. Indiani, sudamericani, americani. I filippini, il mondo variegato della fedeltà rocciosa alla Chiesa cattolica, che attraversa il mondo per arrivare qui. Così, nella Cappella Paolina amata da Francesco, dove si entra a fatica per la messa, accalcandosi contro il cancello imponente, e tanti i malati, come lui era, i ragazzini in carrozzina, paralizzati, le donne che avanzano a fatica, sorrette da amiche e sorelle. È anche un posto di grandi sofferenze, seppure circondate da marmi e oro, dove tutti fotografano tutto e soprattutto se stessi, proprio qui dove Francesco veniva a pregare, non c’è souvenir migliore da portarsi a casa.

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