Morte di Gentilini, chi era lo sceriffo leghista che non sapeva di essere di Fratelli d’Italia
di Stefano BaldoliniRipubblichiamo il ritratto di Giancarlo Gentilini, morto oggi all’età di 95 anni, scritto due anni fa in occasione del suo addio alla politica.
Non ha scritto un'autobiografia dal titolo "Io sono Genty", ma Giancarlo Gentilini, il sindaco sceriffo di Treviso che ha detto addio alla politica a 94 anni per "non voler diventare un altro Berlusconi", più che un leghista di destra può essere considerato a buon diritto un modello ante litteram della premier Giorgia Meloni. Probabilmente a sua insaputa, ma tutto il suo percorso politico, segnato da battutacce contro "efebi, putane, grigi e recioni", finisce per portarlo oggi più vicino a un "patriota" di Fratelli d'Italia che a un esponente del Carroccio di Matteo Salvini, non a caso mai amato e definito a suo tempo "un Masaniello".
Un'esagerazione? Piuttosto un corso e ricorso della storia, come direbbe lui che cita Vico a più non posso, e che rivendica senza imbarazzo le sue origini fasciste quando una decina d'anni fa prova a riprendersi…
Ripubblichiamo il ritratto di Giancarlo Gentilini, morto oggi all’età di 95 anni, scritto due anni fa in occasione del suo addio alla politica.
Non ha scritto un'autobiografia dal titolo "Io sono Genty", ma Giancarlo Gentilini, il sindaco sceriffo di Treviso che ha detto addio alla politica a 94 anni per "non voler diventare un altro Berlusconi", più che un leghista di destra può essere considerato a buon diritto un modello ante litteram della premier Giorgia Meloni. Probabilmente a sua insaputa, ma tutto il suo percorso politico, segnato da battutacce contro "efebi, putane, grigi e recioni", finisce per portarlo oggi più vicino a un "patriota" di Fratelli d'Italia che a un esponente del Carroccio di Matteo Salvini, non a caso mai amato e definito a suo tempo "un Masaniello".
Un'esagerazione? Piuttosto un corso e ricorso della storia, come direbbe lui che cita Vico a più non posso, e che rivendica senza imbarazzo le sue origini fasciste quando una decina d'anni fa prova a riprendersi la sua Treviso parlando senza mezzi termini di "mio Ventennio". Gentilini che non ha busti nello studio come Ignazio La Russa ma ricorda il Duce con afflato da sincero avanguardista: "Avevo 9 anni, montavo la guardia alla Gioventù italiana del Littorio, il cuore mi batteva forte, e poi lui arrivò per inaugurare l'aeroporto. C'era una folla oceanica!". Si potrebbe partire da qui, dal suo amore per le adunate, "quelle sì che sono un grande inno alla nazione".
Già, l'inno. Proprio sulla difesa in tempi non sospetti di "Fratelli d'Italia" il Genty alzò un argine inespugnabile contro Umberto Bossi che a Mameli preferiva il "Va' Pensiero" di Verdi, e che voleva buttare il tricolore nel cesso quando invece "dove c'è una bandiera italiana, di solito trovo un Cristo, una Madonna e la foto di un caduto in guerra". Insomma una bestemmia per uno che si definiva per prima cosa un alpino e che rispolverava, molti anni prima della nuovelle vague meloniana, la triade "Dio, patria e famiglia". "Io applico fascismo e cattolicesimo", dichiarò senza alcun imbarazzo a el Pais nel 2008, quando il suo modello di sceriffo d'Italia "a tolleranza doppio zero" varcava i confini nazionali e veniva preso a modello da sindaci di sinistra come il padovano Flavio Zanonato e di "politica bipartisan sui lavavetri", parlò non senza ironia Emanuele Macaluso.
"Ordine e disciplina", "religione di Stato", "rispetto delle leggi", i pilastri di quello che amava definire "il vangelo secondo Gentilini". Contro i clandestini, ma "non xenofobo", teorizzò blocchi navali nel Mediterraneo perché "uno Stato di diritto doveva blindare i confini". Poi esagerava, e superava a destra uno dei punti della recente campagna elettorale dell'attuale premier, così oltre al pattugliamento delle acque territoriali invocava "corridoi di reticolati da Trieste all'Austria". Sull'Europa non arrivò a gridare "È finita la pacchia", ma la definì senza remore "un capestro" da cui "liberarsi". Quando si trattò di andare a Strasburgo insieme ad altri ottanta sindaci del Nordest per un corso sulle best practices europee su immigrazione e sviluppo eco-compatibile, declinò - "Non mi piace viaggiare" - e ci spedì due rappresentanti del comune.
Poi c'è Donald Trump, altro punto di contatto con Giorgia Meloni, che per prima portò il suo ideologo Steve Bannon in Italia. Un innamoramento della prima ora che lo spinse a scrivere ben tre lettere al tycoon fresco di elezione alla Casa Bianca "dicendo che è un mio figlioccio, perché ha vinto con tutti i presupposti che io ho portato nel 1994: sicurezza, non sottostare a vincoli europei, come lui, prima l'Italia e dopo gli altri". Il trumpismo "contro i poteri forti", coerentemente con le sue opinioni su governi tecnici e professori ("il popolo non vuole più Mario Monti"). "Italia First" e attenzione all'impoverimento del popolo, Gentilini non chiude al reddito di cittadinanza, vede con un minimo di simpatia i 5 stelle, e in quanto a populisti non è che abbia mai amato fino in fondo Berlusconi.
Anzi contro l'alleanza con il Cav nel 2013, agli albori dell'esperienza gialloverde, minaccia le dimissioni dal Carroccio. "Non mi vendo per una poltrona", tuona. Il teorico della "Razza Piave", "stirpe ideale che si sacrificò a Caporetto, sul Grappa, sul Montello", non si piega. Non è ricattabile, avrebbe potuto dire, ribadendo le forti assonanze con la leader del partito che, tornando a cose più terra terra, ha dichiarato la guerra ai cinghiali nelle città. Arrivando secondi, anche qui, dietro allo sceriffo Gentilini, che a difesa del radicchio rosso promise di imbracciare il fucile contro le nutrie.