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Commemorazione Papa, Schlein accusa: “Ipocriti, non l’avete ascoltato”

Elly Schlein

 (reuters)

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Conte: “Il modo migliore per onorarlo è essere scomodi”. Renzi: “Non interferì nel 2016 quando votammo le unioni civili”
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È l’unica fra i leader di partito chiamati a intervenire nell’aula di Montecitorio listata a lutto per la morte di Francesco a non averlo mai incontrato de visu, a non poter spendere un ricordo personale, un frammento di vita vissuta — almeno politicamente — accanto al “Papa degli ultimi” che il mondo intero piange. Gli altri, tutti presidenti del Consiglio ex o in carica, da Giorgia Meloni a Matteo Renzi passando per Giuseppe Conte, hanno invece un vasto repertorio autobiografico cui attingere per commemorare il Santo padre appena scomparso. Elly Schlein no, non ha avuto il tempo — forse neanche l’occasione — per coltivare un rapporto diretto con lui, sebbene ne abbia letto le encicliche, citate spesso nei suoi discorsi, colto la potenza della predicazione a difesa dei diseredati della terra.

È più libera, la segretaria del Pd. E si vede. L’elogio funebre mutato in un j’accuse contro le politiche sovraniste, tanto deplorate dal pontefice. Accolto dal gelo della maggioranza, che …

È l’unica fra i leader di partito chiamati a intervenire nell’aula di Montecitorio listata a lutto per la morte di Francesco a non averlo mai incontrato de visu, a non poter spendere un ricordo personale, un frammento di vita vissuta — almeno politicamente — accanto al “Papa degli ultimi” che il mondo intero piange. Gli altri, tutti presidenti del Consiglio ex o in carica, da Giorgia Meloni a Matteo Renzi passando per Giuseppe Conte, hanno invece un vasto repertorio autobiografico cui attingere per commemorare il Santo padre appena scomparso. Elly Schlein no, non ha avuto il tempo — forse neanche l’occasione — per coltivare un rapporto diretto con lui, sebbene ne abbia letto le encicliche, citate spesso nei suoi discorsi, colto la potenza della predicazione a difesa dei diseredati della terra.

È più libera, la segretaria del Pd. E si vede. L’elogio funebre mutato in un j’accuse contro le politiche sovraniste, tanto deplorate dal pontefice. Accolto dal gelo della maggioranza, che alla fine le rifiuta l’applauso riservato a tutti gli iscritti a parlare, tranne che a lei. «La scomparsa di papa Francesco ci priva di una voce significativa che ha saputo interrogare credenti e non credenti», attacca Schlein: «Merita il nostro ricordo e il nostro cordoglio, non merita l’ipocrisia di chi non ha mai dato ascolto ai suoi appelli, oggi affogati nella retorica, e deporta migranti, nega l’emergenza climatica e nega le cure a chi non se le può permettere». Meloni si nasconde il viso fra le mani, dai banchi della destra si leva un brusio. Ma la leader dem non demorde: «Oggi ci troviamo nel cuore delle istituzioni della Repubblica laica e antifascista: il modo migliore è coglierne il messaggio con coerenza». Troppo per Fratelli d’Italia: un gruppo di deputati alza la voce, la premier li fulmina con lo sguardo, “state calmi” gesticola. Schlein insiste: «In queste ore vediamo un fiume di persone recarsi a portare l’ultimo saluto a Francesco. Non ha mai fatto scelte allo scopo di essere amato, mai usato infingimenti. Ha portato con sé il respiro delle periferie del mondo, ha parlato agli ultimi, indicando con forza che alla base della civiltà c’è la solidarietà. La sua voce si è levata contro la cultura dello scarto che colpisce detenuti, migranti, poveri. Ha mosso una critica dura al capitalismo sfrenato, per un modello nuovo di sviluppo». Esattamente la strada opposta imboccata dai nazionalisti alla Trump, che per Meloni è il modello di riferimento.

È finita: a battere le mani sono soltanto i compagni del Pd, e nemmeno tutti. Che poi restituiranno la pariglia quando il forzista Maurizio Gasparri replica a brutto muso a Schlein, richiamando i «temi della famiglia e della vita» altrettanto cari a Francesco ma omessi dalla leader dem, a cui rinfaccia «l’ipocrisia di chi lo cita sempre e non ha mai seguito il percorso della fede». Provocazione che tuttavia non viene raccolta. Non da Giuseppe Conte, che pigia sugli stessi tasti dell’alleata tratteggiando un «Papa scomodo» commemorato «in uno scomposto teatro di ipocrisie e celebrazioni da chi ha ignorato i suoi messaggi e i suoi moniti contro le parole d’odio e la logica del conflitto». Senza disdegnare l’amarcord allorché ne evoca «il messaggio dirompente durante la pandemia: nessuno si salva da solo». Anche se è soprattutto il capo della Chiesa pacifista a entusiasmare il presidente dei 5S: «Su Gaza ha avuto parole coraggiose, non scontate di fronte a tanta ignavia, si è sempre tenacemente schierato contro la guerra e la lobby del riarmo».

Matteo Renzi esordisce con una canzone di De André e poi bacchetta destra e sinistra. «Buffo che ciascuno di noi cerchi di accaparrarsi un pochino dell’eredità» di Francesco: «Chi lo ricorda per le carceri dimentica le sue parole sull’aborto, chi lo ricorda per la famiglia tradizionale dimentica le parole sull’immigrazione», sbotta il presidente di Iv. Per abbandonarsi, infine, alle reminiscenze personali: i tanti incontri da premier in Vaticano, anche «poco prima che il Parlamento votasse la legge sulle unioni civili». E mentre il mondo cattolico saliva sulle barricate, «mai il papa mi ha detto alcunché». La chiusa è un affondo contro i «farisei» di entrambi gli schieramenti. Quelli impegnati a «piangere e commuoversi per il pontefice senza ricordare il grido di dolore sui lager per migranti». E chi l’ha eretto a faro della sinistra globale, ignorando «le sue prescrizioni morali sulla vita». A riprova che in Italia la politica non si smentisce mai: riesce a litigare persino sulle spoglie del Papa.

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