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La piazza dei potenti e quella del popolo, aleggiano segni di pace

(agf)

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“Il suo primo miracolo”, sogna la gente di San Pietro
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CITTÀ DEL VATICANO – Il buon pastore sta lasciando la Terra e ai suoi piedi c’è un concentrato di pianeta. Ma il mondo che più conta e quello che più amava sono due universi che si sfiorano appena per dire addio a Francesco. E forse si toccano solo nella suggestione di pace che aleggia all’improvviso sotto il colonnato, mentre Zelensky e Trump tornano a parlarsi in disparte, due sedie in velluto rosso e basta, due che si fronteggiano sul marmo policromo del pavimento, a cinquantasette giorni dalla trappola mediatica alla Casa Bianca, e sembrano entrambi più piccoli ma per un istante alla pari in quella basilica, ora a pochi passi dal feretro di un Papa con le suole consumate, in un terreno fertile, per un bilaterale su cui fino all’alba nessuno era in grado di giurare. Oppure, mentre negli stessi minuti, Hamas propone la liberazione di alcuni ostaggi per cinque anni di tregua. La gente di San Pietro sogna. E quando un alito di scirocco sfoglia, all’improvviso, le pagine dell’Evangelia…

CITTÀ DEL VATICANO – Il buon pastore sta lasciando la Terra e ai suoi piedi c’è un concentrato di pianeta. Ma il mondo che più conta e quello che più amava sono due universi che si sfiorano appena per dire addio a Francesco. E forse si toccano solo nella suggestione di pace che aleggia all’improvviso sotto il colonnato, mentre Zelensky e Trump tornano a parlarsi in disparte, due sedie in velluto rosso e basta, due che si fronteggiano sul marmo policromo del pavimento, a cinquantasette giorni dalla trappola mediatica alla Casa Bianca, e sembrano entrambi più piccoli ma per un istante alla pari in quella basilica, ora a pochi passi dal feretro di un Papa con le suole consumate, in un terreno fertile, per un bilaterale su cui fino all’alba nessuno era in grado di giurare. Oppure, mentre negli stessi minuti, Hamas propone la liberazione di alcuni ostaggi per cinque anni di tregua. La gente di San Pietro sogna. E quando un alito di scirocco sfoglia, all’improvviso, le pagine dell’Evangeliario, in tanti qui ricordano lo stesso toccante episodio, ai funerali di Wojtyla. E chi siamo noi per fare spallucce di fronte a un soffio di vento.

Tam tam nella gremita piazza: ma controlla, è una bufala o è vero, Trump e Zelensky si sono parlati, il mio cellulare sembra già in palla, il tuo funziona? “Incontro molto produttivo”, è la conferma che arriverà durante la Comunione, a messa quasi finita, le buone notizie si dicono sempre in due o tre parole.

Anche se non è la pace evangelica, quella evocata dall’omelia del cardinal Re, non è quella di Francesco che “ha fondato la sua missione sulla convinzione che la Chiesa è casa aperta a tutti”, è invece la pace dura e sofferta dei pre-accordi, quella complicata delle ferite e della rabbia tutte aperte, che dovrebbe mettere la parola fine almeno alla pioggia di bombe e alla strage di innocenti, “chissà se fa questo miracolo subito Francesco”, si chiede scettico un professore di Bergamo, Federico, che stava in coda dalle 6. E se è per questo, prima di lui, persino Mario Bergoglio, in ansia, giacca nera, camicia chiara, alle 5.35 è rimasto 20 minuti bloccato al varco di via dei Penitenzieri senza che lo lasciassero passare. Con un operatore della Protezione civile che gracchiava alla radio al superiore: “Aho, ma che posso fa’, io c’ho un gentile signore che dice di essere il nipote del papa”. Lo era.

È certo la San Pietro dei potenti, quella che arriva dalle telecamere piantate qui in ogni lingua. È la piazza di Macron e Meloni che si sorridono per una frazione di secondi, dell’altezzoso presidente americano che scambia il segno della pace (anche) con il gentiluomo di Sua Santità, la postura di chi si concede volentieri. Ma chi è stipato tra i 250mila, 60mila solo intorno all’altare, tra piazza e Vaticano, si porta via l’immagine del compagno di folla pensionato Giuseppe Perazzo, che a 75 anni piange, della suora spagnola Cristina Martinez che zoppica ma a 79 cede un appoggio a un bimbo, del neonato allattato dalla giovane migrante del Ghana, Marvin.

Arrivano in una selva di 007 prima Trump e Melania, entrano dal varco del Perugino, il presidente americano incede lento, si appoggia letteralmente alla first lady, un passo inversamente proporzionale alla spregiudicatezza verbale e politica: lui dopo la sosta in basilica, scuro o forse solo turbato, chissà se dal saluto al feretro o dallo scambio preparatorio con il presidente Zelensky, lei con velo nerissimo come Letizia Ortiz, la regina di Spagna, come da noi le donne nelle solenni liturgie fino agli anni Cinquanta e come tante altre ospiti, anche non reali. Poi Ursula von der Leyen, con il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, e la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.

La presidente Giorgia Meloni esce dalla Basilica subito dopo, in nero come quasi tutti, e capelli raccolti, commossa.

Siede dietro al presidente Mattarella, che con sua figlia Laura è voluto tornare a rendere omaggio alla salma di Francesco, in silenzio per altri lunghi minuti, poi il presidente dell’Argentina Milei, il più vicino alla bara in linea d’aria, il posto d’onore essendo il sapo di Stato del Paese d’origine del pontefice.

“Una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo” , scandisce il cardinal Re, perché “misericordia e gioia sono due parole chiave di Papa Francesco”, così come “costruire ponti”, e contro il perpetuarsi dei conflitti esigere “trattative oneste” per spianare la strada a “soluzioni possibili”: e chissà dove va a finire ora lo sguardo di Trump, mentre hanno gli occhi fissi verso l’altare e la salma Metsola, e von der Leyen e Meloni. Più dietro, vicine e unite anche le “confessioni” diverse dell’italica scena politica: a parte i leader di oggi, da Draghi a Casini, da Boldrini a Violante, a Bertinotti.

Ma anche se della San Pietro di una giornata storica resta impressa la sfilata di presidenti, re e dignitari, dal principe William al re di Giordania, da Takeshi Iwaya, ministro degli Esteri giapponese, a Narendra Modi, primo ministro dell'India, anche se colpiscono i banchi dove si affacciano quasi tutte le confessioni della terra, e i veli orientali con copricapi pellerossa, e ingolfano l’informazione i numeri monstre, dei quasi 5mila concelebranti, compresi i 220 cardinali sul sagrato, quello che ricorderemo è l’emozione del quindicenne boy scout di Catania che ha scritto il cartello “Ci volevi bene, noi ti amavamo” e il pianto della sottile, anziana missionaria argentina, con un rosario che continua dalla notte. Arma “potentissima”, lo aveva definito Francesco, non a caso legato al santuario mariano di Pompei, per la stessa radice che oggi lo conduce alla sepoltura accanto alla Madre della “Salus populi romani” in Santa Maria Maggiore. Arma efficace per la pace, in questa fabbrica di San Pietro delle silenziose trattative che aggiungono, a fine liturgia, anche lo scambio tra Meloni e Trump, con gesto fisico di lui, la mano sul braccio della premier, e il sorriso ostentatamente complice di lei.

“Non dimenticate di pregare per me”, risuona il vecchio monito-appello del Papa che se ne va, nelle parole di speranza che fa riecheggiare Re, un’omelia fedele a Francesco, nella chiarezza e nei valori che hanno segnato il pontificato. Così come l’allora cardinale Ratzinger fece risuonare quelle di Wojtyla: “Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo”. Ma lì cadevano muri (a Berlino), qui si alzano fili spinati e gabbie. E chissà se soffia il vento contrario e ostinato del Papa che urlava la necessità di tacitare le guerre.

Si è fatta ora, è già pronta al varco nord la papamobile – debitamente modificata – che dovrà adesso portare il legno semplice che custodisce Francesco, fino a Santa Maria Maggiore, per l’ultima sepoltura, dove già sono assiepati dall’alba prima a centinaia, poi migliaia, e tantissimi i giovani. Lì, com’è noto, lo aspettano gli amici fragili, con la rosa bianca. L’altro mondo. Il suo.

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