La piazza che unisce i popoli e le generazioni: “Non piangete, non vorrebbe”
di Maria Novella De LucaRoma, Funerali di Papa Francesco Cerimonia in piazza San Pietro
Visto dalla piazza, sotto il sole che brucia, il momento più alto sono le duecentocinquantamila mani che si stringono nel segno di pace. Come fosse un rito liberatorio, anzi un lungo respiro, quando il cardinale Re, in latino, invita a scambiarsi quella stretta, sconosciuti con sconosciute, ragazze e ragazzi, madri e figlie, vecchi con bambini e bambini tra di loro, una specie di gioia prende il posto del dolore dentro il colonnato di piazza San Pietro. C’è addirittura chi si abbraccia, come Stefania e Paolo, cinquant’anni di matrimonio, «bello, bello essere qui, papa Francesco non avrebbe voluto vederci piangere». «Pace è stata la parola di Francesco», racconta Mattia Altieri, volontario di Emergency, 25 anni, « su quel sagrato però in pochi se lo ricordano, deportano migranti, alzano muri, Bergoglio invece era alleato delle Ong mentre il governo ci criminalizzava, lui sapeva che noi salviamo vite».
Visto dalla piazza, sotto il sole che brucia, il momento più alto sono le duecentocinquantamila mani che si stringono nel segno di pace. Come fosse un rito liberatorio, anzi un lungo respiro, quando il cardinale Re, in latino, invita a scambiarsi quella stretta, sconosciuti con sconosciute, ragazze e ragazzi, madri e figlie, vecchi con bambini e bambini tra di loro, una specie di gioia prende il posto del dolore dentro il colonnato di piazza San Pietro. C’è addirittura chi si abbraccia, come Stefania e Paolo, cinquant’anni di matrimonio, «bello, bello essere qui, papa Francesco non avrebbe voluto vederci piangere». «Pace è stata la parola di Francesco», racconta Mattia Altieri, volontario di Emergency, 25 anni, « su quel sagrato però in pochi se lo ricordano, deportano migranti, alzano muri, Bergoglio invece era alleato delle Ong mentre il governo ci criminalizzava, lui sapeva che noi salviamo vite».
E sarà stata la presenza di Trump e Zelensksy, la consapevolezza che da questo funerale potrebbe scaturire, chissà, una speranza di tregua, ma gli applausi diventano forti anche quando durante l’omelia Giovanni Battista Re cita ancora “Franciscus”: «La guerra è solo morte di persone, distruzione di case e di ospedali, è una sconfitta per tutti».
Parla in tutte le lingue del mondo e ai tanti modi di credere, il funerale del papa gesuita arrivato a Roma dalla finis terrae, dalla fine del mondo, da quell’argentina devastata dalla dittatura di Videla che perseguitò anche tanti preti di strada. Così dentro il colonnato ci sono, circondate da passeggini, centinaia di famiglie neocatecumenali con le loro frotte di figli, quattro, cinque, anche sette bambini. Mara, del cammino catecumentale pugliese: «Per noi i figli sono un dono e ne mettiamo al mondo quanti ne arrivano. All’inizio il papa ci guardava con diffidenza, pensava volessimo crearci una chiesa a parte, poi ci fu l’incontro con il nostro fondatore Kiko Augello e da allora Francesco è diventato un nostro grandissimo amico». E se Mara e gli altri rappresentano un’area che guarda alla tradizione, i giovani del Giubileo della Speranza, la generazione Zeta, i ragazzi di papa Francesco hanno le bandiere degli Scout ma anche quelle della pace. Panini, chitarre, zaini, selfie, allegria scanzonata, amori che nascono. «Siamo qui dalle quattro del mattino con i sacchi a pelo. Francesco era un leader, un papà, un fratello maggiore. La preghiera non basta a cambiare il mondo, ma aiuta». «Ci diceva di non rimanere seduti sul divano a guardare il cellulare ma di portare in giro la gioia e la voglia di vivere, come se ci conoscesse a fondo». In questa piazza da giorni gremita all’inverosimile per Bergoglio che non c’è più, le bandiere arcobaleno sventolano insieme a quelle, struggenti, con il volto di Carlo Acutis, il giovanissimo genio dell’informatica morto a soli 15 anni di leucemia, fin da bambino animato da una fortissima fede e secondo la Chiesa autore di più di un miracolo, la cui beatificazione sarebbe dovuta avvenire in questi giorni. «Carlo aveva l’età dei miei ragazzi, un adolescente. È strano pensare a un santo ragazzino, ma è anche bello, dà speranza», commenta Flora Libretti, di Roma, è in piazza con i suoi due figli. «volevo che vivessero questo evento, poi sceglieranno loro se credere».
La bara semplice con la croce bianca, il vento che sfoglia le pagine del Vangelo, i potenti della Terra a destra della bara, i cardinali a sinistra. Ma visto da quaggiù, dai sanpietrini di piazza San Pietro, nella folla che riempie tutto e arriva in un unico fiume dalla basilica a Castel Sant’Angelo (e altri centocinquantamila accompagneranno il feretro del “migrante” Francesco verso Santa Maria Maggiore), il sagrato dei potenti è un mondo a parte. Molti sono arrivati, infatti, per dare testimonianza, anche al di là della Chiesa. «Sono credente ma per nulla praticante – spiega Fiammetta, maestra elementare di Carpi – la Chiesa è ormai ben lontana dagli insegnamenti di Gesù, ma Bergoglio era un’altra cosa, aveva le scarpe consumate e ha dato ogni suo avere ai poveri. Questo è il Vangelo».
Ci sono le suore di Madre Teresa, con loro Francesco condivideva la condanna della “cultura dello scarto”, della povertà come colpa, «fece una donazione al nostro istituto per disabili, bimbi che non vuole nessuno», ricorda suor Amala, indiana del Kerala, con le lacrime agli occhi. E ci sono anche le bandiere palestinesi a San Pietro, portate da un gruppo di giovani arrivati dalla Cisgiordania per partecipare, anche loro, al Giubileo degli adolescenti. A guidare la delegazione, il parroco Firas Abedrabbo, della Chiesa dell’Annunciazione di Ain Arik, vicino a Ramallah. «Il Santo Padre è sempre stato vicino ai più deboli e oggi i più deboli sono i palestinesi. Francesco su questo era sempre stato chiaro, ma era anche amico del popolo ebraico, sapeva che la pace serve sia alla Palestina che a Israele. Senza una soluzione giusta, che non è la deportazione del popolo palestinese, la pace non ci sarà». Come dimenticare le telefonate quotidiane di Francesco, anche pochi giorni prima di morire, al parroco di Gaza? C’è tutto nell’abbraccio del colonnato: politica, tradizione e modernità. Laici e cattolici insieme. Come quando si percorre un cammino comune. Marinella ha in mano una rosa bianca. «Mi drogavo e incontrai Francesco nella comunità di don Picchi. Mi mise una mano sulla testa dicendomi: ce la farai. Quando anni dopo ho smesso, gli mandai una lettera. Mi rispose con poche parole: grazie per il tuo coraggio. Capite? il Papa ringraziava me. Come dimenticare Francesco?».