CITTÀ DEL VATICANO – Sono numerose le linee di faglia che attraversano il collegio cardinalizio, talvolta visibili, altre volte meno evidenti, ma non per questo meno reali e profonde. E da esse, dalle loro intersezioni, sovrapposizioni, contrapposizioni prenderà corpo la figura che riuscirà a superare la barra dei due terzi dei voti e diventerà il prossimo Papa.
Progressisti e conservatori
È una distinzione un po’ grossier, è vero che la Chiesa non è un Parlamento, ma è altrettanto vero che le sensibilità sono variegate e hanno una dimensione politica, quanto meno di politica ecclesiale. In realtà le sfumature sono più di due (tra moderati e tradizionalisti ci sono distanze a volta abissali), ma le differenze ci sono. C’è un certo numero di porporati (corposo ma minoritario) che, come Jean-Claude Hollerich, propugna una Chiesa che in futuro possa aprire senza ambiguità le porte alle coppie omosessuali, ordinare le donne al diaconato, ipotizzare l’abolizione del celibato obblig…
CITTÀ DEL VATICANO – Sono numerose le linee di faglia che attraversano il collegio cardinalizio, talvolta visibili, altre volte meno evidenti, ma non per questo meno reali e profonde. E da esse, dalle loro intersezioni, sovrapposizioni, contrapposizioni prenderà corpo la figura che riuscirà a superare la barra dei due terzi dei voti e diventerà il prossimo Papa.
Progressisti e conservatori
È una distinzione un po’ grossier, è vero che la Chiesa non è un Parlamento, ma è altrettanto vero che le sensibilità sono variegate e hanno una dimensione politica, quanto meno di politica ecclesiale. In realtà le sfumature sono più di due (tra moderati e tradizionalisti ci sono distanze a volta abissali), ma le differenze ci sono. C’è un certo numero di porporati (corposo ma minoritario) che, come Jean-Claude Hollerich, propugna una Chiesa che in futuro possa aprire senza ambiguità le porte alle coppie omosessuali, ordinare le donne al diaconato, ipotizzare l’abolizione del celibato obbligatorio, o quanto meno ammettere i «viri probati». Ci sono coloro — molti curiali — che vorrebbero rallentare le lancette dell’orologio rispetto agli anni di Francesco (c’è chi scommette che siano maggioranza), fermarle, o addirittura (un drappello numericamente irrilevante: Sarah e Burke) riportarle magari a prima del Concilio vaticano II.
Curiali e outsider
Nel 2013 i cardinali arrivati da fuori erano esasperati dagli scandali che marcarono gli ultimi anni del pontificato di Benedetto XVI, le finanze, gli abusi sessuali, i vatileaks. Non tutti i cardinali italiani erano coinvolti negli scandali ma non c’era scandalo in cui non fosse coinvolto un cardinale italiano. La spinta anti-curiale fu irresistibile, gli undici statunitensi si trovarono in questo d’accordo con africani, asiatici ed europei riformisti. Francesco ha dato una ripulita, e dopo dodici anni di terremoto bergogliano c’è chi non vede l’ora di un po’ di ordine. È arrivato il momento di un curiale? «Non è questione di outsider o insider», risponde il cardinale Reinhard Marx, «ma di trovare un uomo che sappia annunciare il Vangelo al mondo». Come dimostra il caso Becciu, però, le ombre della Curia non si sono ancora dissipate.
Occidente e global south
Come dice il cardinale Christoph Schoenborn, a lungo arcivescovo di quella Vienna al confine tra mondi diversi, il pontificato di Francesco ha svelato un mutamento profondo del quale non tutti si sono accorti: che nella Chiesa l’Occidente conta sempre meno, mentre la fede cresce in America latina, Africa e Asia. Il Papa venuto «quasi dalla fine del mondo» ha valorizzato il global south, ha nominato cardinali da paesi che non avevano mai avuto un cardinale. Oggi sono il 49% del Conclave, alcuni — Tagle, Ambongo, Lopez Romero, Spengler, Neri Ferrao — sono dei leader. Da lì potrebbe venire il nuovo Papa, anche perché, come ha notato il cardinale di Stoccolma Anders Arborelius, «fuori dall’Europa la polarizzazione interna alla Chiesa non è così visibile».
Sinodali e non
In teoria sono due cose distinte, il Sinodo e il Conclave, in pratica potrebbero incrociarsi. Perché Francesco ha nominato cardinali svariati dei padri sinodali, così che all’ultima assemblea, a ottobre scorso, c’erano ben 62 cardinali elettori che — in un collegio estremamente sparpagliato — ormai si conoscono bene tra di loro. Il sinodo, guidato dal cardinale Mario Grech, è diventato quasi un anticipo di congregazione generale allargata ai laici, e coloro che ne sono rimasti fuori perché non sono stati invitati o eletti — uno tra tanti, l’ungherese Erdo — ne sono stati tagliati fuori. Dal policlinico Gemelli Francesco ha già convocato un’assemblea ecclesiale per il 2028: un dono o un intralcio, a seconda di chi sarà il successore.
Il partito dei nunzi
Una categoria a parte sono i diplomatici: non sono pastori, ma, dice il cardinale Agostino Marchetto, «quella del nunzio apostolico è prima di tutto una funzione pastorale, perché rappresentare il Papa è una funzione di comunione e aiuto perché la Chiesa sia unita». Il “partito dei nunzi” ha una nutrita rappresentanza nel prossimo Conclave: Parolin, Gugerotti, Filoni, Zenari, Pierre, Koovakad e Mamberti. Dalla diplomazia vaticana, nel Novecento, provenivano Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI.
Pastori e teologi
Con dieci concistori papa Francesco ha nominato oltre l’80% degli elettori, ma sbaglierebbe chi ritenesse quello bergogliano un gruppo monolitico. Una caratteristica, però, accomuna molti dei cardinali bergogliani: il fatto di essere, o essere stati, vescovi a capo di una diocesi, non teologi, canonisti o liturgisti. Al prossimo Conclave sono 92 su 135, e questo dato può inclinare la bilancia dell’elezione verso una figura dotata della generosità e dell’elasticità del pastore, e magari delle scarpe consunte che Bergoglio si è portato nella bara: perché Francesco, come ha ricordato il cardinale Giovanni Battista Re ai funerali, «era arricchito dall’esperienza di 21 anni di ministero pastorale Buenos Aires».