«I milioni di cui si parla in Europa o in Italia non basteranno a renderci attraenti per i cervelli in fuga da Trump», dice Roberto Battiston, docente di fisica all’Università di Trento, ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana, candidato alle elezioni europee nel 2019. «Quello che sta succedendo negli Usa può effettivamente tradursi in una opportunità per l’Europa. Ma perché la si riesca a cogliere occorre ben altro che i 500 milioni di cui ha parlato ieri la presidente Ue von der Leyen o i 50 citati dalla ministra dell’Università a Bernini».
Cosa ci vorrebbe invece, professor Battiston?
«Maggiori investimenti in ricerca, indipendentemente dal voler attrarre gli scienziati Usa. L’Europa contiene al suo interno grandissime disparità, in questo ambito più che in altri. Secondo uno studio pubblicato dall’Accademia dei Lincei, il Paese che investe più risorse pubbliche in ricerca e sviluppo è la Germania, con l’1,1% del Pil. Chiude la classifica la Romania, con lo 0,14%. Come si fa a…
«I milioni di cui si parla in Europa o in Italia non basteranno a renderci attraenti per i cervelli in fuga da Trump», dice Roberto Battiston, docente di fisica all’Università di Trento, ex presidente dell’Agenzia spaziale italiana, candidato alle elezioni europee nel 2019. «Quello che sta succedendo negli Usa può effettivamente tradursi in una opportunità per l’Europa. Ma perché la si riesca a cogliere occorre ben altro che i 500 milioni di cui ha parlato ieri la presidente Ue von der Leyen o i 50 citati dalla ministra dell’Università a Bernini».
Cosa ci vorrebbe invece, professor Battiston?
«Maggiori investimenti in ricerca, indipendentemente dal voler attrarre gli scienziati Usa. L’Europa contiene al suo interno grandissime disparità, in questo ambito più che in altri. Secondo uno studio pubblicato dall’Accademia dei Lincei, il Paese che investe più risorse pubbliche in ricerca e sviluppo è la Germania, con l’1,1% del Pil. Chiude la classifica la Romania, con lo 0,14%. Come si fa a centrare l’obiettivo di attrarre i ricercatori americani se ci sono disparità così grandi al proprio interno?».
Come colmare tali differenze tra i membri della Ue?
«Con una politica di lungo periodo. Per la quale non bastano certo 500 milioni. Sarebbero necessari 4-5 miliardi all’anno per i prossimi vent’anni. Del resto, per il rafforzamento della difesa militare europea si parla di 700 miliardi di euro su diversi anni. Per la scienza ci vorrebbe uno sforzo paragonabile».
Come interpreta allora l’annuncio di ieri alla Sorbona?
«Non vorrei si tratti di un provvedimento episodico, magari legato a un singolo Paese: il presidente francese Macron ha una grande capacità nel cogliere al volo le occasioni. Ma dovrebbe essere l’Europa nel suo insieme a organizzarsi per sfruttare l’opportunità innescata dai tagli di Trump».
Per decenni gli Usa hanno attratto ricercatori da tutto il mondo. Come ci sono riusciti?
«Appunto con colossali investimenti. Durante la corsa alla Luna gli Usa dedicarono per anni alla ricerca spaziale diversi punti percentuali di Pil. Una quantità di denaro pubblico che ha permesso di formare ingegneri, fisici, matematici per i decenni successivi e ha garantito all’America una supremazia scientifica e tecnologica».
C’è però almeno un caso in cui l’Europa ha battuto “scientificamente” gli Usa: il Cern di Ginevra.
«Allora ci fu una straordinaria capacità di visione da parte dei fondatori, tra cui il nostro Edoardo Amaldi. Dopo la Guerra, l’Europa si è riunita prima nella scienza che nella politica. Però di Cern ce n’è uno: sono mancate istituzioni analoghe in molti altri ambiti scientifici».
E l’Italia? Può davvero diventare un approdo per gli scienziati americani?
«Purtroppo dal nostro Paese se ne vanno non solo i giovani ricercatori. Partono anche imprenditori, medici, infermieri. Il problema non riguarda solo la scienza. Le cause sono tante, ma certamente contano i salari da fame che si percepiscono da noi».
E in quella classifica degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo che posizione occupiamo?
«Investiamo lo 0,65% del Pil. Molto più della Romania, ma assai meno della Germania».