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L’alt di Meloni alla ministra per non irritare Washington

(agf)

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La ministra: “Mentre gli altri annunciano l’Italia ha già stanziato 50 milioni”. La presidente del Consiglio ha chiamato ancora una volta il cancelliere tedesco Merz
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Quando si ritrova in mail l’invito di Emmanuel Macron, Anna Maria Bernini comprende immediatamente la delicatezza della scelta. E così, la ministra dell’Università reagisce nell’unico modo possibile, per chi si ritrova nel bel mezzo di una battaglia: si rivolge al generale. Informa Giorgia Meloni, poi Antonio Tajani. E soprattutto, chiede alla premier: pensi che debba andare? Il suo scetticismo viene subito confortato dal fastidio della presidente del Consiglio: non se ne parla, è la risposta. A quel punto, tocca alla Farnesina gestire diplomaticamente il nuovo, imminente incidente con Parigi. Fino all’invio dell’ambasciatrice italiana alla Sorbona. La certificazione plastica di uno scontro che non finisce mai.

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Quando si ritrova in mail l’invito di Emmanuel Macron, Anna Maria Bernini comprende immediatamente la delicatezza della scelta. E così, la ministra dell’Università reagisce nell’unico modo possibile, per chi si ritrova nel bel mezzo di una battaglia: si rivolge al generale. Informa Giorgia Meloni, poi Antonio Tajani. E soprattutto, chiede alla premier: pensi che debba andare? Il suo scetticismo viene subito confortato dal fastidio della presidente del Consiglio: non se ne parla, è la risposta. A quel punto, tocca alla Farnesina gestire diplomaticamente il nuovo, imminente incidente con Parigi. Fino all’invio dell’ambasciatrice italiana alla Sorbona. La certificazione plastica di uno scontro che non finisce mai.

E siamo a ieri. Il caso esplode e la «forte irritazione» che si registra al ministero dell’Università diventa patrimonio comune nel governo. La ministra, forte della copertura di Meloni, non si nasconde. E anzi, a caldo commenta: «Mentre gli altri (leggi: Parigi) annunciano, l’Italia ha già fatto». È un modo per ricordare il bando del 15 aprile scorso, che prevede uno stanziamento di 50 milioni, rivolto ai ricercatori che vogliono rientrare a casa, o comunque scegliere l’Italia provenendo da un altro Paese.

Ogni dettaglio diventa oggetto di contesa. Anche quel titolo individuato in un primo momento dai francesi per l’evento, come risulta dagli inviti inoltrati per posta elettronica: «Scegli l’Europa, scegli la Francia». Più tardi cambierà, via «la France» e dentro il più neutro «Choose Europe for Science». Troppo tardi per frenare il risentimento, abbastanza per giustificare il “gran rifiuto”: se l’obiettivo è rafforzare l’Europa, perché Macron ha organizzato tutto alla Sorbona? E perché una ministra italiana dovrebbe partecipare?

Come per le riunioni sull’Ucraina e il progetto dei “volenterosi” anglofrancesi, riecheggia dunque a Palazzo Chigi un argomento: la sede istituzionalmente opportuna per discutere eventuali strategie comuni è quella del 23 maggio a Bruxelles.

Più della forma diplomatica pesano però i rapporti ormai logorati tra i due leader. Il “caso Parigi” è una faglia che attraversa la storia dell’esecutivo Meloni. La premier mal sopporta il leader francese, Giovanbattista Fazzolari incarna al meglio la fazione anti-Eliseo. E soprattutto: le mosse di Macron creano da diverse settimane scompiglio nell’esecutivo. Innanzitutto per la questione dei volenterosi, come si diceva. L’Italia si è tirata fuori dall’operazione, a costo di dover seguire in differita i vertici a Parigi e Londra a cui partecipano gli americani. E poi il caso della foto a San Pietro tra Trump, Zelensky, Macron e Starmer (e senza Meloni): un incidente che ha lasciato scorie e alimentato tensioni nella diplomazia.

Infine: la gestione dei rapporti con Trump. Il presidente francese continua a mantenere un filo solido, Roma ha scelto l’approccio opposto: mostrarsi “ponte” tra Ue e Washington. Anche in nome del perseguimento di questo obiettivo viene spiegata la scelta di disertare l’evento parigino: non è questo il momento di mettersi contro l’America del tycoon, la scienza e la ricerca non possono escludere nessuno e certo non gli Stati Uniti (vale oggi, valeva mesi fa con le università israeliane).

Eppure, qualcosa non torna. Il presidente francese continua a dialogare con Trump, nonostante iniziative come quella della Sorbona che sfidano apertamente la Casa Bianca. È una dinanica con cui Palazzo Chigi deve fare i conti. Provando a reagire, cercando di ritagliarsi un ruolo. Un tentativo, in questo senso, passa dall’ambizione di scommettere su una solida relazione con il prossimo cancelliere tedesco Friedrich Merz.

La premier l’ha chiamato di nuovo, la scorsa settimana. I due si vedranno presto a Roma. Prima, però, il leader popolare volerà in un’altra capitale. Quale? Parigi, come da tradizione.

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