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Braccio di ferro tra capi delle procure e Csm: “No a norme capestro, paralizzano la giustizia”

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Lettera di 26 procuratori con la Direzione nazionale antimafia al Consiglio superiore della magistratura. Replica dei togati: “No ai vertici che controllano tutto”
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ROMA – Basta con l’eccesso di prescrizioni, comunicazioni e lacci che ormai rischia di “paralizzare” le attività delle procure. Troppe “le criticità” e gli ostacoli provocati dalle nuove regole. Basta con la rigidità di uno “schema organizzativo” che, se va bene per il giudicante, cioè per i tribunali o le corti, si trasforma invece in una vera e propria gabbia che frena il lavoro dei pubblici ministeri, e le funzioni di chi coordina.

E’ braccio di ferro. Da un lato i 26 procuratori distrettuali della Repubblica insieme con la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo che chiedono, in una nota severa, modifiche alla cosiddetta “Circolare sulle procure”; dall’altro, il Consiglio superiore della magistratura che, da quasi un anno, interviene con mano più decisa a promuovere o bocciare alcune disposizioni interne, ma considera oggi un vero e proprio “sgarbo” quella missiva.

La dialettica andava avanti già da un po' di mesi. Ma ora i primi mettono nero su bianco, senza mezzi termini,…

ROMA – Basta con l’eccesso di prescrizioni, comunicazioni e lacci che ormai rischia di “paralizzare” le attività delle procure. Troppe “le criticità” e gli ostacoli provocati dalle nuove regole. Basta con la rigidità di uno “schema organizzativo” che, se va bene per il giudicante, cioè per i tribunali o le corti, si trasforma invece in una vera e propria gabbia che frena il lavoro dei pubblici ministeri, e le funzioni di chi coordina.

E’ braccio di ferro. Da un lato i 26 procuratori distrettuali della Repubblica insieme con la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo che chiedono, in una nota severa, modifiche alla cosiddetta “Circolare sulle procure”; dall’altro, il Consiglio superiore della magistratura che, da quasi un anno, interviene con mano più decisa a promuovere o bocciare alcune disposizioni interne, ma considera oggi un vero e proprio “sgarbo” quella missiva.

La dialettica andava avanti già da un po' di mesi. Ma ora i primi mettono nero su bianco, senza mezzi termini, che stavolta il Csm “è andato oltre”. E Palazzo Bachelet reagisce alla levata di scudi sospendendo, di fatto, la riunione plenaria (via Teams) fissata con tutti loro per la prossima settimana.

Si apre un nuovo fronte, che Repubblica è in grado di ricostruire, carte alla mano. Uno scontro che non è solo per addetti ai lavori, anche se la materia può apparire ostica: nonostante ruoti tutto intorno ai criteri di organizzazione e assegnazione del lavoro, le ricadute sono politiche e pratiche, per i cittadini, in senso ampio. Perché incidono direttamente sui tempi e l’efficacia delle risposte di giustizia anche su versanti di allarme sociale (antimafia, violenze di genere, truffe, droga, tutto ciò su cui è indispensabile una tempestiva attività inquirente) e al contempo influenzeranno anche il futuro degli uffici, forse già gravati dalla separazione delle carriere. Il ragionamento che infatti i togati del Csm oppongono in queste ore ai colleghi-capi delle Procure: un ufficio troppo gerarchizzato, con il procuratore che non risponde nei dettagli, fa “comodo” a chi domani vuole sottoporre le indagini al potere politico.

Ecco perché la vicenda è più trasversale: meno schematica, rispetto ai recenti attacchi della destra all’autonomia delle toghe. Tanto che le posizioni dei vertici di Procure, toghe progressiste, stavolta sono vicine a quelle dei laici della destra, e a quelle del vicepresidente Fabio Pinelli che già, un anno fa, aveva criticato “l’affanno regolatorio” del Consiglio che limitava autonomia e poteri dei procuratori.

Ad accendere la miccia è comunque la missiva di fuoco, sotto la superficie delle tesi argomentatissime e del confronto tecnico, inviata dai 26 “capi”, al fianco di una firma che pesa, quella di Giovanni Melillo, vertice della Dna. Arrivata ieri al comitato di presidenza del Csm e al Pg presso la Cassazione, subito ha fatto salire la tensione. In quella comunicazione formale “imprevista”, molti togati (conservatori o progressisti) vedono infatti l’atto di autoreferenzialità del “partito dei procuratori” e non un autentico sos sulle difficoltà.

La lettera si apre sulle diffuse “criticità” che “si riflettono negativamente sia sulla operatività e funzionalità degli uffici inquirenti, sia sulla loro capacità di fornire, con la necessaria prontezza ed efficacia, risposte alla complessiva domanda di giustizia in sede penale”. Il tono è franco. Eccessiva la mole degli adempimenti, ridondanti gli obblighi di mail ai vertici del giudicante e del Consiglio dell’Ordine degli avvocati: perfino “per assegnare un pm ai gruppi di lavoro o alla distrettuale antimafia”. E questo “con stupore dei diretti interessati, Foro o Tribunale”. Tra le criticità, anche la rigida previsione che il procuratore aggiunto debba svolgere, accanto all’impegno del coordinamento, anche “il 50 per cento del lavoro giudiziario” che fa uno dei suoi sostituti. Ecco, “per dirla con estrema chiarezza” – scrivono i procuratori – “sembra che il Csm, con la concreta applicazione della Circolare, sia andato oltre rispetto alla tabellarizzazione delle Procure” prevista dalla riforma Cartabia. La chiosa è tranchant, una sorta di appello a far presto e bene: “Secondo un taglio pratico, si propone di curarsi dei rami fruttiferi e potare quelli secchi, agevolando il lavoro di tutti”.

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