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Meloni in Senato, Renzi punge e Lotito si appisola. I peana del fan club: “Fai la storia”

Il leader di Italia viva, Matteo Renzi

 (ansa)

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Il duello con l’ex premier sull’ipotesi dimissioni. Conte si gode lo spettacolo dalle tribune. E la leader di FdI ignora Santanché
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Assente dal “premiertime” da un anno e mezzo, Giorgia Meloni torna a rispondere alle domande dei senatori. Rispondere risponde, che poi dica qualcosa è un’altra faccenda. Il 5S Stefano Patuanelli fa scappare una risatina trattenuta persino a molti della maggioranza quando, all’ennesimo salmodiare della premier, cita il conte Mascetti: «Noi da lei ci aspettavamo “una risposta elusiva e inconcludente pronunciata però con serietà per ingannare l’interlocutore”. Ho letto la definizione di supercazzola dell’enciclopedia Treccani».

Il giorno è arrivato, a palazzo Madama ci sono tutti, in tribuna è apparso anche Giuseppe Conte per dare sostegno morale ai suoi. E Meloni, per una volta, non parte in modalità “fight club”. Si è messa una maglia dai riflessi argentei che sembra l’armatura Mithril che protegge Frodo dagli orchi, ma non ce ne sarà bisogno. Sembra persino conciliante. Quando il dem Francesco Boccia le chiede conto del caro bollette, a sorpresa la premier apre a una collaborazione…

Assente dal “premiertime” da un anno e mezzo, Giorgia Meloni torna a rispondere alle domande dei senatori. Rispondere risponde, che poi dica qualcosa è un’altra faccenda. Il 5S Stefano Patuanelli fa scappare una risatina trattenuta persino a molti della maggioranza quando, all’ennesimo salmodiare della premier, cita il conte Mascetti: «Noi da lei ci aspettavamo “una risposta elusiva e inconcludente pronunciata però con serietà per ingannare l’interlocutore”. Ho letto la definizione di supercazzola dell’enciclopedia Treccani».

Il giorno è arrivato, a palazzo Madama ci sono tutti, in tribuna è apparso anche Giuseppe Conte per dare sostegno morale ai suoi. E Meloni, per una volta, non parte in modalità “fight club”. Si è messa una maglia dai riflessi argentei che sembra l’armatura Mithril che protegge Frodo dagli orchi, ma non ce ne sarà bisogno. Sembra persino conciliante. Quando il dem Francesco Boccia le chiede conto del caro bollette, a sorpresa la premier apre a una collaborazione: «Vogliamo fare una battaglia insieme in Europa? Io sono totalmente d’accordo: mi dichiaro disponibile davanti all’Italia intera».

Poi però arriva Renzi. Ora, bisogna premettere che tra Meloni e Renzi sono mesi che le cose finiscono male. Il leader di Italia viva ha pure scritto un libro contro di lei, intitolato L’influencer, in cui la accusa di parlare molto e non combinare nulla. Si pizzicano ogni volta che si vedono. Per questo, quando Ignazio La Russa dà la parola al senatore fiorentino, in aula si fa silenzio. Persino la leghista Giulia Bongiorno, vestita con giacca rosa-Peppa Pig su maglietta nera - i colori del suo Palermo – alza un momento lo sguardo dall’iPhone. Anche il laziale Claudio Lotito, che si era teneramente assopito con il capino scivolato sulla spalla del milanista Adriano Galliani, si ridesta. Renzi fa Renzi. Ovvero fa di tutto per farle saltare la mosca al naso: «Ha cambiato idea su tutto»; «ha detto che le infrastrutture strategiche debbono essere nazionalizzate. Da quando c’è lei, gli spagnoli sono in Sparkle, gli americani in Telecom, i tedeschi in Alitalia e gli australiani in Autostrade. Più che l’Internazionale sovranista, sembra Giochi senza frontiere»; «Aveva detto “presidenzialismo”, che è diventato elezione diretta del premier e poi - puf !- è sparito. Hanno “ghostato” la ministra Casellati»; «dice che non si dimetterà, se i cittadini sfiduciano la sua riforma costituzionale. Davvero pensa che valga più il voto in Parlamento che non il voto di fiducia dei cittadini?». Meloni tamburella le dita sul banco, sbuffa. Poi, nella replica, sbotta: «Sui dossier strategici c’è da dire che abbiamo ereditato “situazioncine” un tantino compromesse, che cerchiamo di sistemare. Quando volete e abbiamo più tempo, ne parlo volentieri nel merito, una per una, così raccontiamo anche cosa si è trovato». La coda della risposta trasuda tutta la rabbia maturata contro il predecessore a palazzo Chigi: «Per quello che riguarda il caso di dimissioni in caso di sconfitta al referendum, senatore Renzi, lo farei anche volentieri, ma non farò mai niente che abbia già fatto lei». Tiè, specchio riflesso.

L’altra perla di giornata è l’intervento nord-coreano di Michaela Biancofiore, capogruppo di Noi Moderati. Un’ode alla “Cara Leader” di una tale sfacciata piaggeria da imbarazzare persino la diretta interessata e i membri del governo. Che infatti non sanno dove guardare e puntano gli occhi al soffitto come se fosse il comignolo della Sistina. È un crescendo. «Nel mio ultimo intervento in Aula ebbi a dire che lei era l’unico leader lucido d’Europa. La lettura attenta dei fatti conferma la mia analisi». Seguono i presunti fatti, ovvero quelle che Biancofiore, passata dai peana per Berlusconi a quelli per Meloni, chiama le «azioni destinate a restare scolpite nella storia». Tra queste cita «la fotografia storica della riappacificazione sul soglio di Pietro tra Zelensky e Donald Trump», che non si vede cosa c’entri Meloni e il governo italiano. Oppure, «il successo del suo recente incontro a Washington con il presidente Donald Trump, che ha avuto l’immediata conseguenza della sospensione dei dazi». Peccato che i dazi Trump li aveva sospesi il 9 aprile, mentre la premier alla Casa Bianca è stata ricevuta il 17 dello stesso mese. Dettagli. Poi, visto che in teoria ogni intervento dovrebbe essere formulato sotto forma di domanda, arriva la conclusione davvero sublime: «Alla luce di quest’analisi, presidente, chiedo di dire non a me, non a quest’Assemblea, ma agli italiani, quali siano i successi realmente da lei conseguiti che sono sotto gli occhi di tutti con grande evidenza». Lo spettacolo è finito, Meloni raccoglie i fogli e si alza. Stringe la mano alla sottosegretaria Isabella Rauti, poi passa accanto a Daniela Santanché ma la mano resta ferma lungo il corpo. E tira dritto.

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