«Non è più il tempo dell’indifferenza», dice Walter Veltroni. Nasce forse da questo, l’estrema attenzione con cui il mondo ha seguito il Conclave e la scelta di un nuovo Papa. «Anche chi non crede, è come sentisse il bisogno di un leader, di un pastore, di qualcuno che fornisca luce e speranza in tempi così bui e violenti».
Che significato possiamo dare alla scelta di Robert Francis Prevost, il primo papa nordamericano?
«Probabilmente è la scelta più responsabile e matura che in questo momento di grande caos, di esasperazione e radicalizzazione, la Chiesa potesse compiere. Hanno scelto un pastore con un’esperienza missionaria, un teologo che si è formato studiando matematica. Mi sembra un uomo gentile, che di questi tempi è un tratto rivoluzionario. Un uomo che non ha mascherato la sua commozione quando è comparso davanti alla folla, non ha cercato la frase a effetto, e ha usato la parola che in questo momento è più giusto usare: pace. Mi sembra abbia quel tratto inclusivo e rassicura…
«Non è più il tempo dell’indifferenza», dice Walter Veltroni. Nasce forse da questo, l’estrema attenzione con cui il mondo ha seguito il Conclave e la scelta di un nuovo Papa. «Anche chi non crede, è come sentisse il bisogno di un leader, di un pastore, di qualcuno che fornisca luce e speranza in tempi così bui e violenti».
Che significato possiamo dare alla scelta di Robert Francis Prevost, il primo papa nordamericano?
«Probabilmente è la scelta più responsabile e matura che in questo momento di grande caos, di esasperazione e radicalizzazione, la Chiesa potesse compiere. Hanno scelto un pastore con un’esperienza missionaria, un teologo che si è formato studiando matematica. Mi sembra un uomo gentile, che di questi tempi è un tratto rivoluzionario. Un uomo che non ha mascherato la sua commozione quando è comparso davanti alla folla, non ha cercato la frase a effetto, e ha usato la parola che in questo momento è più giusto usare: pace. Mi sembra abbia quel tratto inclusivo e rassicurante, un sorriso e un’autorevolezza che sono quanto di meglio possa aspettarsi dalla Chiesa chi crede e chi non crede».
A lungo si è pensato che non potesse esserci un Papa statunitense, troppo potere dalla stessa parte del mondo. In casa Trump sembrano confusi: il presidente esulta, il popolo MAGA lo accusa di essere woke e marxista.
«Faccio fatica a leggere le vicende vaticane esclusivamente in chiave politica e mi viene da sorridere quando si considera un elemento di progressismo il fatto che il Papa stia dalla parte degli ultimi. Perché significa semplicemente essere cristiani e richiamarsi alla figura di Gesù nel Vangelo. La Chiesa – come ha detto nel suo primo discorso Leone XIV – costruisce ponti, non muri. E quindi credo che questo Papa che non per caso, da americano, è intervenuto dicendo cose diverse dai governanti del suo Paese, si stia semplicemente richiamando alla natura della Chiesa».
Pensa agirà in continuità con papa Francesco?
«Mi auguro si vada ancora più avanti sul piano delle acquisite libertà della società».
Su temi come l’aborto o il riconoscimento dei diritti delle persone Lgbtq+?
«Mi riferisco a quella condizione di libertà di scelta nella quale oggi per fortuna si trovano tanti esseri umani e che non può essere trattata senza considerare che Dio non fa graduatorie. Quello che ci è stato insegnato, e lo dico da non credente, è che tutti vanno accolti e che anzi, essere cristiani significa esplorare e cercare le solitudini e il disagio. Leone XIV ha subito detto che la Chiesa “deve ricevere tutti coloro che hanno bisogno”. Credo che questo Papa possa riuscire a realizzare quelle riforme che nella Chiesa non arrivano a strappi, ma facendo ogni giorno un passo in più».
La scelta del nome richiama il Leone che stette fino alla fine vicino a San Francesco. E soprattutto l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII: la Chiesa che sceglie di assumere su di sé la questione sociale e del lavoro. Erano i tempi della rivoluzione industriale, papa Leone avrebbe detto giovedì, a cena, di aver pensato che serva lo stesso spirito di fronte alla rivoluzione digitale che stiamo vivendo.
«È consapevole del fatto che siamo entrati in un tempo della storia e dell’antropologia umana del tutto inedito, che produce solitudine, isolamento, separazione. E questo è estremamente interessante perché è ora che qualcuno si occupi di cosa diavolo – uso questa parola non a caso – stia succedendo dentro la vita di ciascuno di noi per effetto della più intrusiva rivoluzione che la storia umana abbia conosciuto. Pensare che l’era digitale non abbia mutato le nostre relazioni umane, il nostro modo di sapere, il rapporto con gli altri e con il tempo, la capacità di trovare la dimensione della relazione fisica, che ha sostituito con questa sorta di intreccio tra connessione e disconnessione, è insensato. Stiamo vivendo un tempo di guerra e di autocrazia, che sono le sono le forme attraverso cui tende la società digitale nella sua eterna esasperazione e radicalizzazione. Penso che un Papa munito di ago e filo che voglia ricucire il mondo sia nella direzione della pace che nella dimensione della relazione tra gli esseri umani, sia quello di cui tutti abbiamo bisogno».
Steve Bannon ha parlato di un “voto anti-Trump da parte dei globalisti della Curia”.
«Ho ascoltato in rete una anticipazione di Report in cui un uomo di Bannon, che lavorava per condizionare il Conclave, diceva che per loro i veri nemici erano Zuppi e Prevost. Vuol dire che il Conclave, difendendo la sua autonomia, ha fatto una delle scelte giuste».
Perché pensa ci sia stata un’attenzione così alta in tutto il mondo per questa elezione? In tempi secolarizzati, con sempre meno persone cattoliche praticanti?
«C’è un mondo orfano di leader, in cui chi ha determinati valori fatica a riconoscersi in qualcuno, e la trasformazione dell’America da seppur contraddittorio faro delle libertà e dell’inclusione a soggetto proiettato in una dimensione autocratica aumenta il bisogno di avere un riferimento. Inevitabilmente, lo si cerca anche in una Chiesa alla quale magari non si appartiene, ma che dice cose come “fratelli tutti”. Siamo tutti fratelli quando sono in gioco la pace e la libertà, erano fratelli coloro che si sono trovati sotto i bombardamenti o sono stati portati ad Auschwitz o nei gulag. Fratelli che magari avevano opinioni, idee, culture, convincimenti, fedi diverse, ma che sono stati travolti da una storia che si è impregnata di sangue e di autoritarismo. Il bisogno di un papa che celebri parole umane, in un momento in cui si sono rigenerati termini spaventosi come deportazione, mi dà speranza. Sono le parole e i sogni che ha perso la politica».
Tutta la politica, non solo a destra, ascolta i papi, ma non si sa mettere dalla parte degli ultimi della terra.
«Siamo di nuovo immersi nel tempo dell’indifferenza e questa è la cosa che a me spaventa di più. Quello che sta succedendo a Gaza è qualcosa di incalcolabile, e non basta a giustificarlo l’orrore per il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre contro israeliani inermi. Non si uccidono bambini innocenti per vendetta. O quello che sta succedendo in Ucraina, o una segretaria alla sicurezza americana che si mostra davanti a una gabbia di persone che stanno per deportare. Il mondo è cresciuto con l’integrazione, la ricchezza di tutti è cresciuta con l’integrazione, molte scuole italiane chiuderebbero se non ci fossero i bambini figli degli immigrati. E molti degli anziani che oggi giustamente proiettano la loro vita oltre gli ottant’anni non avrebbero le pensioni pagate se non ci fosse il lavoro degli immigrati. Se uno ha un figlio e sa che se resta in una parte del mondo vive in media 45 anni e se va dall’altra ne vive 85, lo attraversa a nuoto, quel braccio di mare. Non abbiamo più il diritto di essere indifferenti. Abbiamo vissuto nella pace e nella libertà pensando che fossero il nostro habitat naturale, adesso non è più così. Dobbiamo ritrovarci in tanti, nelle piazze non solo nei tweet. Non abbiamo più il diritto di essere indifferenti».