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Santamaria: “Bollano come ciancia il dissenso, isolato è il ministro”

Claudio Santamaria

 

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Parla l’attore che ha consegnato a Germano il David di Donatello: “C’è smarrimento nella nostra categoria”
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È stato Claudio Santamaria a consegnare, sul palco dei David di Donatello, il premio come migliore attore a Elio Germano. I due sono impegnati insieme nell’associazione 7607, sul fronte dei diritti degli interpreti.

Santamaria, il ministro della cultura, Alessandro Giuli, si è riferito a Germano come “una persona isolata, che ciancia in solitudine”, perchè l’attore gli ha addossato “grossa responsabilità” nella crisi del cinema.

«Non è corretto parlare di isolamento. Elio ha parlato a nome di un’intera categoria che comprende migliaia di lavoratori del cinema: non solo attori, registi, autori e produttori, ma anche tutte le maestranze e i tecnici che non lavorano da mesi. Quindi non è una posizione isolata, la sua. Credo che molti lavoratori siano stati felici di sentire le parole di Germano, perché ha espresso un disagio collettivo. Quel discorso rappresenta ciò che tanti avrebbero voluto dire. Io lo sostengo pienamente. Perché l’isolamento è di chi prende decisioni senza ascoltar…

È stato Claudio Santamaria a consegnare, sul palco dei David di Donatello, il premio come migliore attore a Elio Germano. I due sono impegnati insieme nell’associazione 7607, sul fronte dei diritti degli interpreti.

Santamaria, il ministro della cultura, Alessandro Giuli, si è riferito a Germano come “una persona isolata, che ciancia in solitudine”, perchè l’attore gli ha addossato “grossa responsabilità” nella crisi del cinema.

«Non è corretto parlare di isolamento. Elio ha parlato a nome di un’intera categoria che comprende migliaia di lavoratori del cinema: non solo attori, registi, autori e produttori, ma anche tutte le maestranze e i tecnici che non lavorano da mesi. Quindi non è una posizione isolata, la sua. Credo che molti lavoratori siano stati felici di sentire le parole di Germano, perché ha espresso un disagio collettivo. Quel discorso rappresenta ciò che tanti avrebbero voluto dire. Io lo sostengo pienamente. Perché l’isolamento è di chi prende decisioni senza ascoltare i rappresentanti di una categoria. Prima di riformare, bisogna ascoltare, capire i problemi, le istanze. Quindi sì, il termine “isolamento” è corretto, ma al contrario. È il ministro ad essere solo».

Germano ha trovato fastidioso sentirsi dire dal ministro che “va tutto bene”.

«Ha reagito a un quadro della situazione che gli è parso troppo ottimistico, distante dalla realtà. E ha fatto bene. Se la situazione del cinema non è rosea, va detto. Non è un attacco, è un aiuto. Un ministro dovrebbe accogliere quella dichiarazione come un’opportunità, non come un affronto. Un bravo leader è chi sa mettersi in discussione. E il potere deve essere in grado di ascoltare. Gli artisti servono anche a questo: a porre domande, a mostrare ciò che non va. Un sistema sano funziona così. La verità è che questi sono mesi di smarrimento, sconforto e sofferenza per tanti: autori, registi, produttori, maestranze. Elio Germano ha parlato anche a nome delle piccole produzioni che stanno chiudendo, che non ce la fanno più. I cantieri del cinema sono fermi. Noi vogliamo capire se questi decreti correttivi del governo — senza entrare nei tecnicismi — possano davvero risolvere la situazione. Se i soldi del tax credit basteranno per le produzioni italiane. Ci sono tante domande, e speriamo si possa lavorare insieme, senza polemica e senza schieramenti politici. Il diritto di critica è legittimo. Non è solo Germano a dirlo, anche in altre sedi si è sollevato il problema. Se qualcuno denuncia una criticità, vuol dire che esiste. E la questione non si risolve attaccando o minimizzando, ma sedendosi a un tavolo».

Giuli sostiene che “la sinistra pensava che la cultura fosse roba sua” e ora reagisce al cambiamento.

«Assolutamente no. Le istanze del cinema non sono né di sinistra né di destra: sono di tutti i lavoratori di questo mondo. Non stiamo parlando di schieramenti politici. Non c’entrano nulla nemmeno gli intellettuali di sinistra, che tra l’altro, dicono, non esistono più. E comunque un intellettuale, come chiunque altro, ha il diritto di criticare una situazione che non regge. Il cinema è multiforme: si racconta attraverso commedie, film politici, sociali, di genere. Gli artisti sono osservatori sensibili: pongono domande, fanno riflettere. Questo è un bene».

Pupi Avati ha detto che è difficile convincere certi politici di governo che la cultura non è appannaggio solo della sinistra.

«Sembra proprio che ci sia un atteggiamento punitivo, quasi ideologico. Ma la realtà è diversa. Sono d’accordo con quanto dice Avati: la cultura non è appannaggio di nessuno. Le opinioni di Elio e delle associazioni di settore sono un tentativo di dialogo con le istituzioni. Nessuno sta dicendo “siete di destra, quindi…”. A me non interessa se uno è di destra o sinistra: se fa il suo lavoro ascoltando le parti in causa, benissimo. Una società si fonda sulle differenze, sul confronto. Questo è un valore. Il confronto deve essere reale, senza schieramenti, e andare al merito delle questioni. Se c’è sofferenza, se qualcuno rimane indietro, è lì che bisogna intervenire”.

Un dialogo pensa sia possibile?

«Il mio è un invito a parlare, non un attacco. È un sostegno a Germano e a migliaia di persone che la pensano come lui. È un appello a un confronto, all’apertura di dialogo. Non mi interessa personalizzare, ma voglio andare al concreto. Tutto il cinema vuole capire: adesso, che facciamo?».

Serve un sano pragmatismo?

«Sì, è necessario. Mi ha stancato questo clima di contrapposizione continua. Ogni volta che qualcuno esprime un’opinione diversa, parte una battaglia. Ma se il dissenso non è accettato, allora siamo fuori dalla democrazia. Il diritto di critica è costituzionale. Non si può liquidare come “ciancia” una figura come Elio Germano, attore stimato e premiato nel mondo. Ha sollevato dei contenuti. Non ha attaccato il ministro sul piano personale, ma sui fatti. Ha detto: “Non è tutto roseo.” E lo ha fatto per migliorare le cose. Quindi ribadisco: il mio non è un attacco. È un invito, chiaro e onesto».

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