E adesso denunciateci tutti. Il gotha del cinema italiano sale sulle barricate contro Alessandro Giuli, il ministro meloniano che, accusato pubblicamente di far poco e male sulla crisi in cui versa l’intero comparto, prima aveva minimizzato, quindi si era scagliato con inusitata violenza contro quanti avevano osato biasimare il governo per i danni provocati a una delle principali industrie culturali del Paese. «C’è una minoranza rumorosa che si impadronisce perfino dei più alti luoghi delle istituzioni per cianciare in solitudine, come ha fatto Elio Germano qualche giorno fa al Quirinale», l’arringa pronunciata sabato scorso a Firenze, sul palco di Fratelli d’Italia.
La risposta è durissima. Da Gabriele Salvatores a Giuseppe Tornatore, da Nanni Moretti a Paolo Sorrentino, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Paolo Virzì, Ferzan Ozpetek, passando per i volti più amati del grande e piccolo schermo — Luca Zingaretti, Pierfrancesco Favino, Paola Cortellesi, Alba Rohrwacher, Anna Foglietta, R…
E adesso denunciateci tutti. Il gotha del cinema italiano sale sulle barricate contro Alessandro Giuli, il ministro meloniano che, accusato pubblicamente di far poco e male sulla crisi in cui versa l’intero comparto, prima aveva minimizzato, quindi si era scagliato con inusitata violenza contro quanti avevano osato biasimare il governo per i danni provocati a una delle principali industrie culturali del Paese. «C’è una minoranza rumorosa che si impadronisce perfino dei più alti luoghi delle istituzioni per cianciare in solitudine, come ha fatto Elio Germano qualche giorno fa al Quirinale», l’arringa pronunciata sabato scorso a Firenze, sul palco di Fratelli d’Italia.
La risposta è durissima. Da Gabriele Salvatores a Giuseppe Tornatore, da Nanni Moretti a Paolo Sorrentino, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Paolo Virzì, Ferzan Ozpetek, passando per i volti più amati del grande e piccolo schermo — Luca Zingaretti, Pierfrancesco Favino, Paola Cortellesi, Alba Rohrwacher, Anna Foglietta, Riccardo Scamarcio, solo per citarne alcuni — non manca nessuno in calce al j’accuse lanciato per chiedere al titolare della Cultura e ai sottosegretari Mazzi e Borgonzoni due cose: incontrare le associazioni di attori, autori e tecnici per ascoltare «le richieste urgenti avanzate da mesi»; fermare «gli attacchi inaccettabili a chi democraticamente ha mosso critiche all’operato del ministero, come il collega Elio Germano e la collega Geppi Cucciari, ai quali va la nostra solidarietà».
Un grido di dolore acuto e trasversale, come trasversale è la rabbia dei cineasti tricolori. Che, al contrario di quanto sostenuto da Giuli, non sono tutti esponenti di quella «cultura di sinistra oggettivamente potente, coerente ed organica» entrata in crisi (la citazione è testuale) «nel momento in cui si è generato il divorzio tra consenso e potere». Come se la rivolta del cinema altro non fosse che il frutto avvelenato della sconfitta elettorale. Un’interpretazione malevola della protesta, fondata invece sulla sofferenza di migliaia di operatori, subito rispedita al mittente.
«Negli ultimi due anni il quadro di complessiva incertezza normativa e i ritardi, generati in primis dall’operato del governo nella gestione della riforma del tax credit», si legge nella lettera aperta firmata da 94 fra attori e registi, «hanno causato una crisi di sistema che ha colpito molte produzioni, soprattutto le più piccole e indipendenti, e ha lasciato senza lavoro centinaia di lavoratori, a cui manca anche un sostegno al reddito per il 2025 e un sussidio di recupero salariale e contributivo per il ‘24». Un baratro che oltre ad affamare chi fa questo mestiere, rischia «di togliere creatività, autonomia e innovazione a tutto il settore», insistono, «privandolo della possibilità di competere culturalmente ed economicamente a livello internazionale». Ecco perché non basta l’annunciato decreto correttivo sul tax credit, che rappresenta sì «una prima risposta, ma incompleta e insufficiente». Servono «iniziative ben più ampie e rilevanti, come ha chiesto Pupi Avati (regista considerato vicino alla destra, ndr) durante la cerimonia dei David». Al vetriolo il finale, che suona come un vero capo di imputazione: «Cultura e democrazia non possono essere piegate a interessi di parte, ma vanno tutelate e arricchite con rispetto delle competenze, delle professionalità, delle regole costituzionali e dei diritti di tutti».
Un appello accorato a cui Giuli replica da Bruxelles, chiamando in causa l’Europa: «È una fase critica, bisogna restare uniti, rafforzare il modello europeo di finanziamento», ovvero il tax credit formato continentale. «L’Ue deve essere più ambiziosa e lanciare strumenti basati, se non sul debito comune, perlomeno su una dotazione economica commisurata alle spese per la difesa», propone. Rintuzzato però dal Pd: «Dinnanzi alla mobilitazione di un intero settore, il ministro non può far finta di niente. Il cinema italiano, in crisi profonda, ha alzato la voce e va ascoltato. Apriamo una discussione pubblica in Parlamento».
E se l’intenzione di Giuli, con quella risposta un po’ burocratica, era di raffreddare il clima, a surriscaldarlo ci pensa il presidente meloniano della commissione Cultura Federico Mollicone: prima invoca un «dialogo rispettoso delle istituzioni e non diffamatorio». Quindi torna ad attaccare gli attori: «La nostra reazione è stata dettata dal grave paragone di Germano tra il ministro e i clan. Mentre la comica Cucciari ha deriso un esponente del governo al Quirinale in diretta tv». Della serie: a destra la libertà di pensiero, opinione, persino di fare battute non è consentita.