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Tajani, segnale su Kiev: “Ora serve coraggio per essere protagonisti”

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani 

 

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La premier sente al telefono il presidente turco Erdogan per discutere le “prospettive diplomatiche” in vista del vertice di Istanbul
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Non è un ragionamento neutro anzi: è denso di preoccupazione. Arriva dopo giorni in cui Roma è rimasta fuori dalle consultazioni di massimo livello sull’Ucraina. Da quelle tra “volenterosi”. Da quelle portate avanti dal segretario di Stato americano Marco Rubio con gli altri big europei. «Bisognerebbe avere il coraggio — dice Antonio Tajani — di giocare un ruolo da protagonisti per la pace in Europa, in Ucraina, in Medio Oriente. E anche fra India e Pakistan». Parlando nella sede del Parlamento europeo a Roma, il ministro lancia un segnale. A Matteo Salvini, innanzitutto. Ma non solo. Parla dell’Italia, del suo ruolo obbligato di big del continente. E sembra dire, sia pure con tutte le sfumature diplomatiche del caso: attenzione a non perdere terreno, a non uscire dal gruppo di testa d’Europa. Insomma: a restare nei giochi.

Chiede maggiore coraggio, proprio mentre l’antagonismo con Bruxelles — e in particolare con l’asse anglofrancese — ha prodotto frutti diplomatici difficili da…

Non è un ragionamento neutro anzi: è denso di preoccupazione. Arriva dopo giorni in cui Roma è rimasta fuori dalle consultazioni di massimo livello sull’Ucraina. Da quelle tra “volenterosi”. Da quelle portate avanti dal segretario di Stato americano Marco Rubio con gli altri big europei. «Bisognerebbe avere il coraggio — dice Antonio Tajani — di giocare un ruolo da protagonisti per la pace in Europa, in Ucraina, in Medio Oriente. E anche fra India e Pakistan». Parlando nella sede del Parlamento europeo a Roma, il ministro lancia un segnale. A Matteo Salvini, innanzitutto. Ma non solo. Parla dell’Italia, del suo ruolo obbligato di big del continente. E sembra dire, sia pure con tutte le sfumature diplomatiche del caso: attenzione a non perdere terreno, a non uscire dal gruppo di testa d’Europa. Insomma: a restare nei giochi.

Chiede maggiore coraggio, proprio mentre l’antagonismo con Bruxelles — e in particolare con l’asse anglofrancese — ha prodotto frutti diplomatici difficili da gestire. Il problema è che di questo governo Tajani fa parte, e anche con ruoli di massima responsabilità: vicepremier e responsabile della Farnesina. E dunque a chi si rivolge, visto che detiene insieme a Palazzo Chigi la responsabilità della politica estera? A suo avviso, la difficoltà nasce dalla pressione “isolazionista” che Salvini ha esercitato e continua a esercitare sull’esecutivo: chiedendo di restare fuori dall’operazione dei “volenterosi”, attaccando Macron, contestando aspramente Ursula von der Leyen per il ReArm, che pure l’Italia ha sostenuto in Consiglio europeo.

Sulla presidente del Consiglio il discorso è ovviamente assai diverso. I due collaborano, condividono ogni passaggio. Non però quello che ha portato Meloni a non viaggiare assieme agli altri leader europei alla volta di Kiev, limitandosi al videocollegamento. In quel caso, ha prevalso la sorpresa. Quando i cronisti gli chiedono se la premier abbia fatto bene a non salire a bordo di quel treno, risponde non a caso con sole tre parole: «Chiedetelo a Meloni».

Il dettaglio più allarmante di queste ore, però, è un altro. E risale a lunedì sera. Il segretario di Stato americano Rubio contatta gli alleati. Prima Turchia e Ucraina, poi i ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Francia, Germania. Parla anche con il polacco e perfino con Kaja Kallas, l’alta rappresentante per la politica estera della Commissione Ue fino a poche ore prima letteralmente ignorata dall’amministrazione Usa. L’Italia non è inclusa nella girandola di telefonate. Quando lo chiedono a Tajani, il ministro risponde secco: «È una notizia di ieri». E d’altra parte, non è l’unico formato da cui Roma è rimasta ai margini, nell’ultima settimana. Frutto anche della strategia di Macron, che ha tenuto aggiornati i Paesi che collaborano alla pattuglia dei volenterosi, gli stessi con cui è andato in treno a Kiev: Merz, Tusk e Starmer. Insieme, hanno chiamato Trump dalla capitale ucraina, contrattando una linea comune. Restare ancorati all’Ue, dunque: questa è la linea di Tajani. Per rafforzare il concetto, l’azzurro rispolvera uno slogan già usato nei mesi scorsi. Ancora una volta, si riferisce innanzitutto a Salvini: «Non farei mai parte di un governo anti-europeo. Se qualcuno volesse scardinare la Ue, io e Forza Italia resteremmo con la Ue. Vogliamo gli Stati Uniti d’Europa. Chi fa scelte contro l’Unione europea e la Nato crea un danno ai cittadini». E dunque: non sono disposto a restare in un esecutivo “anti-europeo”, ma neanche “a-europeo”.

Intanto, Meloni in serata batte un colpo. Sente al telefono il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Discute con lui le «prospettive diplomatiche» del vertice che la Turchia ospiterà domani a Istanbul, reitera «il sostegno per una pace giusta e duratura in Ucraina» e preme su Mosca affinché accetti «un cessate il fuoco totale e incondizionato di 30 giorni».

L’altra faglia con Bruxelles, in queste ore, si chiama Mes. La premier difficilmente potrà recedere dal suo veto sul Salva Stati, nonostante la pressione continentale. Una linea che ovviamente risente anche dell’ostilità di Salvini, che mette subito le mani avanti: «La Lega non lo ratificherà mai. Il Parlamento ha già respinto il tentativo dell’Ue di metterci questo cappio al collo». I margini di ripensamento, al momento, sembrano in effetti inesistenti. Anche per questo, Tajani non prova neanche a difendere il meccanismo: «Non è una priorità — dice — Non siamo contrari per principio, ma abbiamo forti dubbi sulla carenza di controlli e sul fondo. FI sarebbe pronta a votare il Mes se ci fosse il controllo democratico». Un altro dossier, insomma, su cui il Carroccio si prepara a imporre la linea.

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