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Lite sul Medio Oriente e la destra resta seduta per i morti in Palestina

(ansa)

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La premier non si alza alla richiesta del leader M5S di un omaggio alle vittime innocenti di Gaza. Il duello con la segretaria Pd sulle liste d’attesa
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Chissà, forse Giorgia Meloni se l’era immaginata diversamente questa seduta di “premiertime”, un’incombenza a cui per un anno e mezzo è riuscita a sottrarsi e che ora deve replicare alla Camera dopo l’antipasto con i senatori la scorsa settimana. Era persino partita piano, parlando «da madre» dei pericoli digitali degli adolescenti e offrendo all’opposizione un ramoscello d’ulivo: «È mia intenzione istituire un gruppo di lavoro per affrontare questa materia e voglio chiedere a tutti i partiti di aiutarmi in questo». Il registro era andreottiano, come il refrain «il governo ha fatto molto ma certamente si può fare meglio». Persino il doppiopetto grigio perla profumava Dc. Se ne è accorto Maurizio Lupi, che nello scudo crociato ha preso il latte da bambino: «Dire: si è fatto così, i risultati sono questi e si può fare ancora così. È un’idea di politica che appartiene alla nostra cultura politica». L’atmosfera è rilassata, l’aula non pienissima. Nei banchi del governo mancano i due vice,…

Chissà, forse Giorgia Meloni se l’era immaginata diversamente questa seduta di “premiertime”, un’incombenza a cui per un anno e mezzo è riuscita a sottrarsi e che ora deve replicare alla Camera dopo l’antipasto con i senatori la scorsa settimana. Era persino partita piano, parlando «da madre» dei pericoli digitali degli adolescenti e offrendo all’opposizione un ramoscello d’ulivo: «È mia intenzione istituire un gruppo di lavoro per affrontare questa materia e voglio chiedere a tutti i partiti di aiutarmi in questo». Il registro era andreottiano, come il refrain «il governo ha fatto molto ma certamente si può fare meglio». Persino il doppiopetto grigio perla profumava Dc. Se ne è accorto Maurizio Lupi, che nello scudo crociato ha preso il latte da bambino: «Dire: si è fatto così, i risultati sono questi e si può fare ancora così. È un’idea di politica che appartiene alla nostra cultura politica». L’atmosfera è rilassata, l’aula non pienissima. Nei banchi del governo mancano i due vice, Tajani è in missione in Turchia, Salvini ha preferito gli internazionali di tennis al Foro Italico.

Ma ci vuole poco per rompere il quadretto e far tornare la vecchia Giorgia. Il prima e il dopo è scandito dall’intermezzo hellzapoppin di Riccardo Magi, che appare da un pertugio in alto nell’emiciclo con un lenzuolone bianco in testa e due buchi per gli occhi. Un deputato-fantasma per protestare contro i referendum-fantasma. Meloni in quel momento ha appena ricevuto una videochiamata, fa ciao con la mano, potrebbe essere la figlia Ginevra, all’inizio non capisce che sta succedendo. Poi il Magi-fantasma le viene incontro di corsa ed è subito placcato da tre commessi-ghostbuster che se lo portano via a forza, mentre i fratelli d’Italia gli urlano contro «pagliaccio!». Meloni sorride alla performance, ma da lì a poco cambia tutto. La goliardia finisce quando intervengono Bonelli, Conte e Schlein, i primi due a randellare su Gaza, la seconda sulla sanità.

Bonelli le rigira in faccia quel parlare «da madre» e la ferisce con la stessa arma: «Glielo dico da padre: io sono inorridito dalla sua ipocrisia, non ha avuto il coraggio di condannare. Ma lei, da madre, come si sente a vedere 18 mila bambini uccisi?». Nel banco dietro si spella le mani Marco Grimaldi, la kefiah al collo, che oggi partirà per Rafah. Bonelli riesce spesso a farle saltare la mosca al naso, mai quanto Giuseppe Conte.

Il tema è sempre Gaza, anche se in realtà l’interrogazione del leader Cinque Stelle sarebbe sul riarmo. Ma sul quel piano la premier non fa fatica a ricordare a Conte di quando, al governo, aveva «aumentato le spese per la difesa». Meloni è affilata: «Sono affascinata da questa sua recentissima passione antimilitarista, che, però, nessuno aveva avuto modo di apprezzare quando lei era presidente del consiglio». Ma forse, ironizza, «era un altro Giuseppi». La vendetta dell’avvocato arriva subito, si vede che se l’è preparata per bene. E si torna sempre al Medio Oriente, visto che la premier non riesce a pronunciare una condanna chiara e netta del governo di Gerusalemme. «Rivolgo un appello a tutti i colleghi, senza distinzione di colore politico: un segno di umanità diamolo, condanniamo in silenzio questo sterminio di bambini, di donne, giornalisti, tutte le vittime civili innocenti di Gaza. Alziamoci in piedi!». Colpo di scena. L’opposizione è tutta in piedi, la maggioranza e il governo restano fermi. Conte si gode il colpo andato a segno: «Rimane seduta, presidente, eh?».

Qualche altro flash prima del gran finale con Schlein. Meloni la spara grossa: «Lo spread oggi è sotto i 100 punti base, significa che i titoli di Stato italiani vengono considerati più sicuri dei titoli di Stato tedeschi». Persino Giancarlo Giorgetti, seduto accanto, scuote la testa e strabuzza gli occhi, come a dire «magari fosse».

Eccoci arrivati, il confronto diventa tutto al femminile. Fino a quel momento mimetizzata da un completo bordeaux, dello stesso colore degli scranni, si erge in piedi la segretaria dem. Un intervento pop, a partire dall’incipit: «Due giorni fa, a Taurianova, alcune fioraie mi hanno detto: bisogna saper scegliere ormai, se mangiare o curarsi». Seguono sfilze di numeri, «la sanità pubblica è al collasso», «liste di attesa infinite», «sei mesi per una colonscopia». Meloni incassa, la risposta non è efficacissima. «Noi vogliamo scrivere il nuovo piano sanitario nazionale e speriamo che su questo, almeno, ci vogliate dare una mano, invece di stare lì a fare le macumbe perché le cose vadano male».

Il tempo è finito, la premier si alza e si allontana in fretta, mentre Schlein la insegue con un foglio in mano. «È il grafico della spesa sanitaria in calo. Non sono riuscita a darglielo ma l’ho consegnato al ministro Schillaci», dirà la leader del Pd in Transatlantico.

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