✕

Meloni prende tempo, non chiude al ReArm: si deciderà a giugno

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni 

Ascolta l'audio

Oggi la premier a Tirana potrebbe partecipare al vertice con i “volenterosi” e Zelensky dopo il gelo con il presidente francese Macron
2 minuti di lettura

L’ultima volta che ne ha discusso con i suoi vicepremier, pochi giorni fa, Giorgia Meloni ha risolto così il dilemma sull’ipotesi di attivare la clausola di flessibilità europea per scorporare dal deficit le spese militari: se ne riparla il 26 giugno. Non è una data scelta a caso: il 25 si chiude infatti il vertice della Nato all’Aja. Solo allora sarà chiaro quanto alta diventerà l’asticella degli impegni con l’alleanza atlantica, finora fissata al 2%. Donald Trump potrebbe chiedere fino al 5%, ma si ipotizza un compromesso attorno al 4%. Palazzo Chigi e il Tesoro, a quel punto, prenderanno in mano le tabelle dei conti pubblici e proveranno a tracciare sentieri assai impervi per mantenere gli impegni.

Non è una posizione scontata, quella d…

L’ultima volta che ne ha discusso con i suoi vicepremier, pochi giorni fa, Giorgia Meloni ha risolto così il dilemma sull’ipotesi di attivare la clausola di flessibilità europea per scorporare dal deficit le spese militari: se ne riparla il 26 giugno. Non è una data scelta a caso: il 25 si chiude infatti il vertice della Nato all’Aja. Solo allora sarà chiaro quanto alta diventerà l’asticella degli impegni con l’alleanza atlantica, finora fissata al 2%. Donald Trump potrebbe chiedere fino al 5%, ma si ipotizza un compromesso attorno al 4%. Palazzo Chigi e il Tesoro, a quel punto, prenderanno in mano le tabelle dei conti pubblici e proveranno a tracciare sentieri assai impervi per mantenere gli impegni.

Non è una posizione scontata, quella della premier: rimandare al 26 giugno significa ammettere che la partita non è chiusa e ogni opzione è ancora sul tavolo. Vuol dire anche non considerare definitivo il “no” con cui Giancarlo Giorgetti, durante l’ultimo consiglio supremo di difesa, ha chiuso all’idea di attivare la clausola del ReArm, perché a Roma non piace la transitorietà dell’ombrello europeo sul deficit: dopo quattro anni partirebbe comunque il percorso di “rientro” dal debito.

E invece, Meloni non può e non vuole escludere nulla. Sa che Trump giudica inderogabile questa promessa di riarmo. Ed è consapevole che non esistono — almeno al momento — altri schemi che permettano a Roma di ottenere risorse in modo più conveniente di quelle garantite dal piano von der Leyen. Vale per i 650 miliardi in deroga al patto di stabilità e per i 150 miliardi inclusi in un fondo da cui attingere per gli investimenti in difesa.

E dunque, Palazzo Chigi progetta di attendere il summit Nato, per poi decidere il da farsi con Bruxelles. Già più di metà degli Stati membri hanno attivato la clausola. Esisteva una scadenza, quella del 30 aprile. Meloni — con la sponda del commissario italiano Raffaele Fitto — si è assicurata con von der Leyen che il termine non fosse perentorio. La questione non è solo contabile, ma anche politica. I dubbi di Giorgetti sono rafforzati dalla posizione ferocemente ostile al riarmo di Matteo Salvini. Antonio Tajani, però, ha lasciato intendere ieri che qualcosa si muove. Prima ha annunciato che l’Italia ha appena consegnato al segretario generale della Nato Mark Rutte la lettera con cui si comunica di aver raggiunto il 2% del Pil in difesa (inserendo nel computo anche la guardia costiera, servizi di meteorologia, l’attività di distruzione di armi e munizioni e le risorse per la cybersicurezza). Poi ha aggiunto: «Adesso si apre una nuova fase per arrivare al 5% come chiesto dagli Stati Uniti. È qualcosa che si deve spiegare ai cittadini». Infine, la proposta: «L’Italia giudica più equilibrato dedicare il 3% in spesa militare classica e il 2% alla sicurezza». È un modo per ridurre l’impatto delle richieste americane, visto che gli investimenti in sicurezza già in parte esistono: per la gestione dei migranti o la lotta al terrorismo. E d’altra parte, incrementare anche solo dell’1% le spese significa individuare circa 21 miliardi all’anno in più: una montagna. L’altra ipotesi su cui Roma insisterà con la Nato è allungare la scadenza di questi nuovi impegni al 2031-2032. Non è escluso che di tutto questo Meloni possa iniziare a ragionare già oggi a Tirana, al vertice della comunità politica europea. Dovrebbe essere presente Volodymyr Zelensky. Ed è possibile che l’ucraino torni a riunirsi con i “volenterosi” Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Donald Tusk. La novità, si apprende, è che anche Meloni, dopo giorni di esclusioni, è pronta a partecipare. L’altra opzione è che riceva il presidente ucraino domani a Roma.

Leggi i commenti