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Il camerata Rino Gaetano e il complesso d'inferiorità culturale della destra | Hanno tutti ragione

Rino Gaetano 

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La polemica tra Giuli e Germano si innesta su un antico problema già evidente ai tempi di Colle Oppio: la pochezza del pantheon destrorso
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Questo è il numero di venerdì 16 maggio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Alla fine del secolo scorso nella sezione di Colle Oppio si convinsero che Rino Gaetano era un camerata. Siccome all’epoca i militanti del Fronte della gioventù erano per lo più ragazze e ragazzi nati negli anni Settanta, come colei che di quel gruppo sarebbe diventata la più nota di tutti, cioè Giorgia Meloni, nessuno di loro aveva potuto comprare i dischi di Gaetano all’epoca in cui erano usciti. Era una riscoperta. In sezione si duplicavano a catena le cassette pirata dei suoi brani più famosi, con i titoli dei pezzi scritti a penna sul cartoncino interno come si usava allora.

Gaetano era di destra? Era addirittura fascista? Ma neanche da lontano. Ma neppure pagato. Aveva però due qualità che agli occhi di quei giovani missini lo rendevano arruolabile: pur avendo molti suoi testi un forte sapore sociale, non aveva la tessera del Part…

Questo è il numero di venerdì 16 maggio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Alla fine del secolo scorso nella sezione di Colle Oppio si convinsero che Rino Gaetano era un camerata. Siccome all’epoca i militanti del Fronte della gioventù erano per lo più ragazze e ragazzi nati negli anni Settanta, come colei che di quel gruppo sarebbe diventata la più nota di tutti, cioè Giorgia Meloni, nessuno di loro aveva potuto comprare i dischi di Gaetano all’epoca in cui erano usciti. Era una riscoperta. In sezione si duplicavano a catena le cassette pirata dei suoi brani più famosi, con i titoli dei pezzi scritti a penna sul cartoncino interno come si usava allora.

Gaetano era di destra? Era addirittura fascista? Ma neanche da lontano. Ma neppure pagato. Aveva però due qualità che agli occhi di quei giovani missini lo rendevano arruolabile: pur avendo molti suoi testi un forte sapore sociale, non aveva la tessera del Partito comunista né aveva militato nella sinistra extraparlamentare, non si era mai intruppato nelle file dei cantautori impegnati e aveva avuto un successo minore rispetto ai Venditti, ai Dalla e ai De Gregori. Questo lo rendeva un soggetto bene incastrabile nelle griglie mentali di Colle Oppio, immutabili come un tondino d’acciaio bresciano abbandonato ai bordi di un’autostrada, potrebbe stare lì fino all’Apocalisse: cantautore scomodo, ergo emarginato dalla conventicola di sinistra, quindi penalizzato nel successo, tutto perfetto per un’interpretazione alternativa e vittimista del suo messaggio: “mentre vedo tanta gente/che non c’ha l’acqua corrente/ma chi me sente?”. L’obiettivo, pure trent’anni fa, era sempre quello: cercare di dimostrare che il popolo non sta a sinistra e viceversa.

Dice: ma Gaetano non s’è ribellato? Questo può dirlo solo qualcuno molto giovane, che non sa che all’inizio degli anni Novanta Gaetano era morto da più di dieci. Dice: no, vabbè, questo lo sapevamo pure noi gen Z, ma perché iscrivere a forza un cantante alla propria parte politica? Perché gli ex missini c’avevano un problema culturale annoso e irrisolto, che va da Mollicone a Mollicone – lui c’era a Colle Oppio e c’è oggi, presidente della commissione Cultura della Camera. Il problema: trovare italiani spendibili nel proprio disegno politico-culturale. A Colle Oppio leggevano J.R.R. Tolkien, ovviamente, ammiravano Robert Brasillach, giornalista e scrittore francese teorico del collaborazionismo, consigliavano i testi dello scrittore Pierre Drieu La Rochelle, altro francese (ci sarà un motivo se i liberali parigini sono i più invisi nella destra di governo?), antiborghese, rossobruno d’antan. Anche se, dovessimo dire chi era il mito dei più, diremmo Cornelius Zelea Codreanu, leader ultranazionalista romeno, capo della Guardie di ferro che i suoi adepti chiamavano “il Capitano”, a Meloni ne è toccato in sorte un altro nel governo, e chissà se la presidente del Consiglio ha mai parlato di Codreanu con il suo sodale romeno, il quasi presidente della Romania George Simion. Tutta questa bella gente aveva un difetto: non erano italiani.

Sempre all’inizio dei Novanta i Gabbiani, sapete che così si chiamava la corrente che animava la sezione di Colle Oppio, avevano cercato di rimediare tappezzando la città con manifesti che raffiguravano tra gli altri anche Gramsci e Pasolini. L’iniziativa sollevò un polverone e non fu capita fino in fondo, scambiata per un semplice tentativo di travestitismo politico, cosa che in parte era ma non solo.

Un problema, questo della ristrettezza del pantheon destrorso a chilometro zero, che gli ex missini si sono trascinati fin qui, e che è poi la ragione per la quale finiscono sempre allo stesso punto, come in un gioco dell’oca finito in stallo. Dunque se allestiscono una mostra d’arte è sul futurismo, se organizzano un seminario è su Prezzolini e, se radunano un convengo sulla cultura come quello che Fratelli d’Italia ha tenuto a Firenze nei giorni scorsi, finisce che la proposta principale uscita dai lavori è l’intitolazione di una strada a Giovanni Gentile. Proprio al convegno fiorentino il ministro della Cultura Alessandro Giuli, uno che non è passato da Colle Oppio e aveva letture un po’ diverse, ha attaccato Elio Germano, risentito per le critiche dell’attore al governo sulle politiche per il cinema e l’occupazione dei ruoli di comando. Poi Giuli, pensando più alle battute di Geppi Cucciari che non devono averlo fatto ridere come pareva in diretta nella cerimonia al Quirinale, ha detto che la sinistra è passata dagli intellettuali ai comici. Il che potrebbe pure essere vero, detto che anche sui comici in passato c’è stato un qualche squilibrio ad alimentare il complesso di inferiorità della destra nazionale, quando a contrastare la comicità di sinistra c’era Lando Buzzanca, il merlo maschio che pose le basi della battaglia al gender quando nessuno sapeva che diavolo fosse il gender.

Una delle frasi più curiose ascoltate al convegno fiorentino dei Fratelli l’ha pronunciata Arianna Meloni: “La cultura non è di sinistra, è di tutti”. Di solito lo si dice della sicurezza. Un programma particolarmente inutile, un po’ perché chi fa cultura ha diritto di farla come crede, politica o non politica, di sinistra, di destra o di niente. Un po’ perché non sono gli artisti a decidere, Umberto Eco diceva che la cosa migliore che uno scrittore potrebbe fare dopo aver consegnato all’editore il suo manufatto è morire, per evitare che gli si venga a chiedere l’interpretazione autentica del suo lavoro e per lasciare che vivano tutte le altre letture possibili, comprese quelle cui l’autore non aveva nemmeno pensato. Che è poi quello che a Colle Oppio provarono a fare con Gaetano, anche in quel caso senza troppo successo.

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