Elio Germano dopo le critiche di Giuli: “Ministri giurano sulla Costituzione ma non ci credono”
di Conchita Sannino“Ci sono ministri, o rappresentanti dello Stato, che lasciano una sensazione inquietante: giurano sulla Costituzione, ma forse non ci credono. Non in quei principi, non credono nell’uguaglianza: si considerano più degni, più forti, con più diritto di parola rispetto ad altri”. Elio Germano parla alle 10 di sera, in un piccolo cinema confiscato alle mafie, alla periferia di Roma: “Nuovo Aquila”, quartiere Pigneto. Ma non cerca ribalta, né contrapposizioni frontali: per settimane, d’altro canto, l’attore al suo (sesto) David di Donatello per “La grande ambizione” di Andrea Segre, ha declinato inviti, rifiutato interviste, seminato troupe televisive dopo l’attacco del ministro della Cultura (“C’è una minoranza rumorosa che ciancia in solitudine, come Germano”). Ma, ospite a tarda ora dell’incontro sul film “Iddu”, regia di Piazza e Grassadonia, con il più classico (e anti-morettiano) dei dibattiti che seguono alla proiezione, non rinuncia a esprimere la sua visione su mafie, servizi devi…
“Ci sono ministri, o rappresentanti dello Stato, che lasciano una sensazione inquietante: giurano sulla Costituzione, ma forse non ci credono. Non in quei principi, non credono nell’uguaglianza: si considerano più degni, più forti, con più diritto di parola rispetto ad altri”. Elio Germano parla alle 10 di sera, in un piccolo cinema confiscato alle mafie, alla periferia di Roma: “Nuovo Aquila”, quartiere Pigneto. Ma non cerca ribalta, né contrapposizioni frontali: per settimane, d’altro canto, l’attore al suo (sesto) David di Donatello per “La grande ambizione” di Andrea Segre, ha declinato inviti, rifiutato interviste, seminato troupe televisive dopo l’attacco del ministro della Cultura (“C’è una minoranza rumorosa che ciancia in solitudine, come Germano”). Ma, ospite a tarda ora dell’incontro sul film “Iddu”, regia di Piazza e Grassadonia, con il più classico (e anti-morettiano) dei dibattiti che seguono alla proiezione, non rinuncia a esprimere la sua visione su mafie, servizi deviati, libertà di espressione oggi.
“C’è una necessità di raccontare e squarciare un po’ di propaganda su quello che è successo in questo Paese: è quello che non ci fanno studiare nei libri di storia, le mafie, le connivenze, i Servizi, le stragi del terrorismo nero”. Poco dopo, sollecitato dalle domande di Repubblica, Germano non si sottrae a dare un’opinione sul silenzio mediatico che sta boicottando le urne dell’8 e 9 giugno: “Diciamolo anche a chi ha abbandonato la politica o si sente deluso: il referendum è uno strumento importante, mi auguro che tutti sappiano coltivarlo, che si vada a votare”. Analogo invito da parte del “padrone di casa”, il regista Mimmo Calopresti, altro outsider e autore coraggioso. “Molta parte della vicenda di questo Paese è una storia di propaganda. La cultura, il cinema devono fare opera di disvelamento. E ricordare che tanti hanno lottato, hanno dato l’impegno o la vita per fare in modo che quella Costituzione vedesse la luce. E serve che tutti quelli che si riconoscono in quelle cose scritte lì si mettano insieme: anche per fare in modo che non torni la storia che non vogliamo più vedere”, sottolinea tra gli applausi Germano.
Accanto a lui, anche una storica firma del giornalismo antimafia come Attilio Bolzoni, e Giuseppe Cascini, procuratore aggiunto di Roma. Ad organizzare l’incontro sono infatti i magistrati di Area, le “toghe rosse” odiatissime dal governo Meloni: e in sala ecco il segretario della corrente, Giovanni Zaccaro, il segretario dell’Associazione nazionale magistrati Rocco Maruotti, l’ex presidente Anm, oggi sostituto nazionale alla Dna, Eugenio Albamonte.
Calopresti gli chiede come ci si sente a finire nel mirino di un ministro e delle testate di destra per avere espresso il malessere di un’intera categoria. “È il metodo Boffo”, chiosa Bolzoni, riferendosi al pestaggio mediatico della macchina del fango berlusconiana. L’attore la prende alla larga: “Io cerco di studiare di fronte ai personaggi, sono stato Berlinguer, Messina Denaro, San Francesco, mi approccio alle storie chiedendomi sempre: che essere umano è, chi ha scelto di essere, questo il punto”. Quindi, ragiona: “È una questione trasversale. Se tutti credessimo nella Costituzione di cui ci riempiamo la bocca, non avremmo bisogno di regole o di antimafia”. Invece, affonda, “se promuoviamo il superomismo, se vogliamo tacitare tutte le critiche, se esibiamo atteggiamenti che sono identici a quelli che diciamo di combattere, dov’è l’adesione a quei valori? La cosa diventa inquietante quando si è alti rappresentanti dello Stato, o ministri, e si giura sulla nostra Carta, alla quale forse non si crede”.
L’attore sottolinea anche: “È inquietante che all’anniversario delle stragi si invitassero solo i parenti del terrorismo rosso. C’è stato anche il terrorismo di Stato, nero. E abbiamo invece personaggi che rivestono cariche di partito, vedi il neo vicesegretario della Lega, Vannacci, che indossano le maglie della Decima Mas: non dovrebbe essere consentito, se uno come Junio Valerio Borghese ha tentato un colpo di Stato nel Paese. Non credo che un esponente del Pd possa andare in giro con la maglietta di un brigatista. Così come mi inquieta sentire parlare di premierato: pare fosse il sogno di chi voleva fare un golpe”.
Riflessioni severe arrivano anche dal procuratore Cascini ed ex consigliere Csm. Che dice, tra l’altro: “Siamo in un tempo in cui l’idea di democrazia che tutela gli organi di garanzia, i contrappesi e il ruolo della libera stampa è perdente, superata. C’è ormai un problema grande non solo in Italia: si sta affermando l’altra idea, quella di una “democrazia” per cui se vinci, puoi fare quel diavolo che ti pare delle istituzioni, ed è pericoloso”. Parole che forse, se andasse in porto il giro di vite voluto da Nordio sulle toghe troppo parlanti o militanti, finirebbero sotto esame. La conclusione della serata è sulla lotta “di ogni giorno”. Germano ringrazia i magistrati: “Io, col mio mestiere del cinema, mi metto a disposizione”.