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L’allarme del Censis: “Tasse troppo alte e welfare in declino, così il ceto medio si impoverisce”

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Il rapporto, commissionato dalla Cida, è stato presentato alla Camera dei deputati
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È un grido di dolore la fotografia restituita dal Censis nel suo ultimo rapporto sul cosiddetto ceto medio, ovvero quella fascia di popolazione che rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani e fa fatica ad andare avanti, nonostante abbia un lavoro, buone competenze e un reddito tutto sommato discreto. Colpa di stipendi erosi dal caro-vita, tasse sempre più gravose, un welfare pubblico a pezzi. Che costringono le famiglie a intaccare i risparmi, diminuire i consumi, mettere mano al portafogli per sostenere la prole anche in età avanzata.

Commissionato dalla Cida, la confederazione italiana dei dirigenti e della alte professionalità, l’indagine è stata presentata oggi alla Camera. E racconta di una progressiva sfiducia nelle prospettive del Paese e nel futuro proprio e dei figli che, ne sono convinti in tanti, vivranno peggio dei loro genitori. Spiega il presidente della Cida, Stefano Cuzzilla: “Il ceto medio vive un paradosso: è troppo ricco per ricevere aiuti, troppo povero …

È un grido di dolore la fotografia restituita dal Censis nel suo ultimo rapporto sul cosiddetto ceto medio, ovvero quella fascia di popolazione che rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani e fa fatica ad andare avanti, nonostante abbia un lavoro, buone competenze e un reddito tutto sommato discreto. Colpa di stipendi erosi dal caro-vita, tasse sempre più gravose, un welfare pubblico a pezzi. Che costringono le famiglie a intaccare i risparmi, diminuire i consumi, mettere mano al portafogli per sostenere la prole anche in età avanzata.

Commissionato dalla Cida, la confederazione italiana dei dirigenti e della alte professionalità, l’indagine è stata presentata oggi alla Camera. E racconta di una progressiva sfiducia nelle prospettive del Paese e nel futuro proprio e dei figli che, ne sono convinti in tanti, vivranno peggio dei loro genitori. Spiega il presidente della Cida, Stefano Cuzzilla: “Il ceto medio vive un paradosso: è troppo ricco per ricevere aiuti, troppo povero per costruire futuro. È la classe che regge il Paese, ma che si ritrova schiacciata dal peso fiscale, esclusa dalle tutele, ignorata nei riconoscimenti. Una dinamica che il Rapporto ci aiuta a comprendere meglio: la stragrande maggioranza di chi si riconosce nel ceto medio non si identifica nel reddito, ma nel sapere, nelle competenze, nei percorsi di studio. È il capitale umano il vero punto di orgoglio — e, allo stesso tempo, il punto in cui si apre la frattura. Perché ciò in cui si è creduto, su cui si è investito, oggi non trova più riscontro nella realtà economica. La competenza non è premiata”.

Cos’è il ceto medio

Secondo il Censis, il criterio principe di individuazione del ceto medio resta quello dell’auto-appartenenza. In base a tale percezione il 66,1% degli italiani sente di appartenere a questo blocco sociale, il 28,2 indica il ceto popolare, il 5,7 si posiziona invece fra i benestanti. Al suo interno resta molto ampio il divario di reddito familiare: il 12,8% può contare al massimo su 15 mila euro annui, il 45,2 (la percentuale può alta) tra 16 mila e 35 mila euro, il 27,8 tra 36 mila e 50 mila euro, l’11,5 tra i 51 mila e i 90 mila euro, il 2,7 oltre i 90 mila euro. Quasi la metà sono diplomati, il 41,4 laureati, solo l’8,9% ha al più la licenza media.

Identità culturale e stipendi bassi

Per la quasi totalità delle persone appartenenti al ceto medio (92,2%) l’aspetto che più definisce la loro identità sociale è il livello culturale, inteso come la risultante di titolo di studio, competenze, conoscenze; per il 78,8% è la condizione economica, quasi a pari merido con il lavoro attuale o passato. E qui arriva la nota dolente: il 74,2% degli occupati pensa che per competenze, bagaglio culturale e titolo di studio dovrebbe guadagnare molto di più, mentre l’82% ritiene che le retribuzioni attuali non riflettono in modo adeguato il valore delle competenze reali delle persone.

I genitori e le vite dei figli

La metà esatta dei genitori del ceto medio ritiene che la condizione economica del figlio maggiore, quando avrà la sua età, sarà peggiore di quella sua attuale, il 27,3% migliore e il 18,8 uguale. Riguardo al totale delle famiglie italiane, inclusi quindi il ceto popolare e i benestanti, il 49,8% pensa che il proprio figlio maggiore quando avrà l’età del genitore avrà una condizione economica peggiore di quella attuale, il 29,1% migliore e il 17,6% uguale. E’ la ragione per la quale il 51,3% dei genitori del ceto medio ritiene che i propri figli farebbero meglio a trasferirsi all’estero per lavorare perché l’Italia non è un Paese per giovani.

Un decennio in discesa

Riguardo ai dati relativi all’evoluzione della condizione economica, emerge che più di un quarto (il 25,9%) degli appartenenti al ceto medio reputa la condizione economica familiare attuale peggiore di quella di dieci anni prima, il il 19,3 migliore e il 26 uguale. Dati strutturali segnalano inoltre che, calcolando in decili la ricchezza netta familiare per il decennio 2014-2024, i primi cinque decili (ceto popolare e ceto medio basso) hanno subito una riduzione reale pari al -2,9%, i decili dal sesto all’ottavo (il ceto medio alto) un tracollo del -19,7 reale; i due decili apicali, ovvero i benestanti, del -4,3.

Redditi che galleggiano, consumi che stentano

Per il 54,1% delle persone di ceto medio negli ultimi tre anni il proprio reddito è rimasto uguale, per il 26,1 è peggiorato e per il 19,8 migliorato. Ma poiché il costo della vita è aumentato, il 44,9% dichiara di aver diminuito i consumi, percentuale di poco superiore (44) a chi li ha invece lasciati invariati. E comunque le prospettive non appaiono rosee: se infatti per il prossimo triennio il 47,1% immagina che il proprio reddito resterà stabile, più di un terzo (il 33,5%) vede un peggioramento.

Patrimoni in discesa e meno welfare pubblico

Non va meglio sul fronte dei risparmi. Il 46,4% ritiene che negli ultimi tre anni la sua capacità di mettere via dei soldi sia peggiorata, il 14,7 migliorata e il 38,9 rimasta uguale. Mentre per il futuro, il 44% è convinto che peggiorerà, anche a causa della necessità di far fronte a un welfare pubblico in declino costante. In grado, per più della metà delle persone di ceto medio (il 55,2%), di garantire solo le prestazioni essenziali di base, mentre il resto se lo paga di tasca propria; contro un preoccupante 26,9% che lo ritiene non più capace di assicurare nemmeno le prestazioni essenziali di base.

La forza della famiglia

Il 41,2% delle famiglie di ceto medio dà regolarmente aiuto a figli o nipoti, il 24,3 di tanto in tanto. Il 50% ha erogato o ha intenzione di erogare nel futuro a figli o nipoti un supporto economico per far fronte a spese particolarmente importanti, come l’anticipo per l’acquisto di una casa o dell’auto. Quanto ai pensionati di ceto medio, il 46,9% garantisce regolarmente aiuto economico a figli o nipoti e il 32,4% di tanto in tanto. Il 65,4% ha dato o darà a figli o nipoti tutto o parte dei soldi necessari per talune grandi spese.

Tasse troppo alte

Il 70,1% del ceto medio, il 73,9 di quello popolare e il 63,2 dei benestanti indicano come priorità dell’agenda politica il taglio delle tasse. La scure che abbatte il reddito netto rischia infatti di disincentivare il lavoroe l’impegno professionale a fare di più perché, oltre certe soglie, la tassazione diventa troppo alta e penalizzante: lo pensa il 47,6% del ceto medio, il 56,7 dei ceti popolari e il 50,9 dei benestanti. Inoltre, se si abbassassero le tasse, si ridurrebbe l’evasione fiscale: è quel che ritiene il 65,6 del ceto medio, il 68,3 del ceto popolare e il 71,9 dei benestanti. Senza considerare che l’81,2% degli italiani dichiara che in cambio di tasse così alte si ricevono servizi pubblici scadenti.

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