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Mosca-Kiev, pausa sul Vaticano. Ipotesi Ginevra per i colloqui

Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen

 (reuters)

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Meloni sente Trump, poi gli altri leader europei. Cautela sul vertice a Roma, sale la carta svizzera. L’alternativa è Istanbul, vista con favore da Putin
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ROMA – A sera, prende slancio l’opzione Ginevra. I nuovi possibili colloqui di pace tra Russia e Ucraina potrebbero tenersi in Svizzera ai primi di giugno. L’alternativa più accreditata resta Istanbul, per la quale preme soprattutto Erdogan (che è però anche l’unico a parlare davvero con Vladimir Putin). Si allontana, almeno per il momento, l’opzione vaticana. È il risultato di una lunghissima girandola di contatti, telefonate, sms. Di segnali, sgambetti diplomatici, dubbi. E di cautela e sensibilità nei confronti della “carta Santa Sede”.

Partiamo proprio dai contatti della diplomazia. Attorno all’ora di pranzo, Giorgia Meloni sente Donald Trump. Lo aggiorna sulla telefonata con il Papa e sugli ultimi contatti con il Vaticano. Ragiona della …

ROMA – A sera, prende slancio l’opzione Ginevra. I nuovi possibili colloqui di pace tra Russia e Ucraina potrebbero tenersi in Svizzera ai primi di giugno. L’alternativa più accreditata resta Istanbul, per la quale preme soprattutto Erdogan (che è però anche l’unico a parlare davvero con Vladimir Putin). Si allontana, almeno per il momento, l’opzione vaticana. È il risultato di una lunghissima girandola di contatti, telefonate, sms. Di segnali, sgambetti diplomatici, dubbi. E di cautela e sensibilità nei confronti della “carta Santa Sede”.

Partiamo proprio dai contatti della diplomazia. Attorno all’ora di pranzo, Giorgia Meloni sente Donald Trump. Lo aggiorna sulla telefonata con il Papa e sugli ultimi contatti con il Vaticano. Ragiona della strategia migliore per portare al tavolo Putin. Forse, ma questo nessuna fonte ufficiale lo conferma, riceve anche qualche informazione dalla Casa Bianca sulle preferenze del Cremlino per il prossimo round di colloqui. Poi entra in contatto con gli altri principali leader: Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz. Durante tutti questi colloqui prende forma un orientamento decisivo: per il momento, gli occidentali ritengono saggio “congelare” l’opzione del Vaticano. Anche per preservare quella carta, certo: difficile tornare indietro — o andare oltre — l’eventuale fallimento di una mediazione che si svolge presso la Santa Sede. Se fallisce anche il “vertice” agevolato dal Pontefice, nessuna altra strada può sembrare percorribile. Simbolicamente, sarebbe la pace che fallisce nel luogo della pace. Anche perché, almeno al momento, la strada per un accordo tra belligeranti continua a sembrare in salita.

Poi, certo, oltre ai simboli pesa anche la concretezza della diplomazia. E il realismo della politica, che si nutre di dettagli da non trascurare. Ad esempio: i russi sembrano preferire la Turchia (in buoni rapporti anche con Kiev), e la considerano capace di sedere al tavolo come arbitro (forse non a caso il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, cita la città turca per sostenere che «si sta lavorando per attuare gli accordi raggiunti a Istanbul»). Emmanuel Macron, e in parte anche la Germania, vedono invece con favore l’opzione svizzera. Anche Trump la considera praticabile. Senza trascurare il peso della chiesa ortodossa russa in questa partita. E dunque, al termine del giro di telefonate: Ginevra o Istanbul, in quest’ordine. E ancora: non è (per adesso) il momento del Vaticano.

La premier italiana, che molto si è spesa per l’opzione Santa Sede, apre decisamente alle alternative — «l’importante è il risultato» — mentre rivendica di essersi comunque fatta «ponte tra Usa e Ue». Non avrebbe senso fare altrimenti: pragmaticamente, decide di giocare al tavolo in cui ha ripreso a sedere dopo il lungo gelo con i “volenterosi”. A Palazzo Chigi incontra la premier danese e conferma che si ragiona anche di altri scenari. «Al di là di date e luoghi — dice non a caso — la priorità a cui arrivare è che ci siano negoziati seri, in cui tutti gli interlocutori manifestino la disponibilità e la voglia di fare passi avanti. Per arrivare a un cessate il fuoco e un accordo di pace complessivo, che non può prescindere da garanzie di sicurezza per l’Ucraina». Fa anche sapere di aver sentito in giornata i leader Ue e Trump. «Lavoriamo per avviare un nuovo turno di negoziati».

Certo, tutto continua a dipendere da una variabile indipendente: Vladimir Putin. Lo ammette anche la presidente del Consiglio, dopo aver lodato la disponibilità di Kiev a partecipare a una trattiva: «Da parte russa non abbiamo visto alcun passo concreto. Vale la pena ricordarlo per smontare una certa narrativa per cui Mosca sarebbe stata disponibile alla pace».

Il Cremlino, appunto: al mattino ribadisce di non aver ricevuto alcun invito dal Vaticano. Poco prima, il Wall Street Journal aveva lanciato la notizia di colloqui a metà giugno al Vaticano. No, fa sapere il presidente finlandese Alexander Stubb, a inizio giugno. A sera, il focus si sposta a Ginevra (o Istanbul). È però vero che le diplomazie lavorano per organizzare un primo round entro dieci giorni.

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