CITTÀ DEL VATICANO – Non ci sono date cerchiate in rosso, al momento, nel calendario della pace. Il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, conferma che l’offerta della Santa Sede come luogo di negoziato tra Russia e Ucraina è ancora valida, ma nega che siano arrivati segnali di apertura su un possibile incontro nel mese di giugno. «Il Santo Padre ha espresso disponibilità a facilitare il dialogo tra le parti, ma non ho ricevuto riscontri in questo senso», ribadisce il cardinale che guida la diplomazia vaticana, commentando con Repubblica l’anticipazione emersa dagli Stati Uniti secondo la quale sarebbe imminente un secondo vertice dopo quello di Istanbul, ospitato stavolta nei sacri palazzi «con tutte le discrezioni del caso», secondo l’auspicio di Prevost.
Le rispost…
CITTÀ DEL VATICANO – Non ci sono date cerchiate in rosso, al momento, nel calendario della pace. Il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, conferma che l’offerta della Santa Sede come luogo di negoziato tra Russia e Ucraina è ancora valida, ma nega che siano arrivati segnali di apertura su un possibile incontro nel mese di giugno. «Il Santo Padre ha espresso disponibilità a facilitare il dialogo tra le parti, ma non ho ricevuto riscontri in questo senso», ribadisce il cardinale che guida la diplomazia vaticana, commentando con Repubblica l’anticipazione emersa dagli Stati Uniti secondo la quale sarebbe imminente un secondo vertice dopo quello di Istanbul, ospitato stavolta nei sacri palazzi «con tutte le discrezioni del caso», secondo l’auspicio di Prevost.
Le risposte di Parolin sono arrivate a margine dell’ordinazione episcopale del nuovo nunzio in Bielorussia, monsignor Ignazio Ceffalia. Nella cerimonia all’altare della Cattedra di San Pietro, il porporato ha ricordato al novello vescovo le sfide che lo attendono nel Paese in cui verrà mandato come ambasciatore pontificio, al centro delle tensioni regionali e continentali «per la tragica guerra in Ucraina» di cui, ha aggiunto con un sospiro, «non si vede purtroppo ancora la fine».
Non c’è rassegnazione, però, in quel sospiro di Parolin. Mosca continua a mostrarsi fredda e i «problemi tecnici» sul tragitto di volo che hanno impedito alla ministra Olga Lyubimova di rappresentare la Russia alla messa di inizio pontificato non sono considerati un segnale confortante, ma la Santa Sede insiste nel ricamare punti di contatto e intrecciare relazioni lontane dai riflettori. «Non è il momento di parlare, ma di lavorare», ha detto nei giorni scorsi il nunzio a Kiev, Visvaldas Kulbokas.
Ci si muove in particolare attraverso le figure che già negli anni passati avevano avviato un dialogo con il patriarcato ortodosso di Mosca guidato da Kirill con l’obiettivo di superare il pregiudizio contro i cattolici: si tratta soprattutto di missionari, religiosi, studiosi di ecumenismo. In parallelo, c’è anche la trattativa sui bambini ucraini rapiti dai russi, affidata da papa Francesco al cardinale Matteo Zuppi e confermata da Leone XIV: il presidente della Cei ha ottenuto un primo scambio di elenchi, ma sono in corso le verifiche e ci sono discordanze sui numeri. Anche su questo fronte si lavora per costruire i «ponti» invocati da Leone XIV. «Tutto, però, è nelle mani di Putin, dipende dalla sua volontà di fare un cambio di passo», commenta un cardinale che ha guidato per anni un dicastero vaticano di primo piano.
Dal Papa, anche ieri, è arrivato un appello perché la Chiesa intera si impegni a «portare a tutti i popoli, anzi a tutte le creature, la promessa evangelica di una pace vera e duratura». Un obiettivo che, parlando in inglese all’assemblea generale delle Pontificie opere missionarie, Robert Prevost ha definito «possibile», a condizione di presentarsi, nel mondo «ferito dalla guerra, dalla violenza e dall’ingiustizia», uniti nello slancio missionario. «Una Chiesa – ha ripetuto il Papa, citando il suo primo discorso dopo la fumata bianca - che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola e che diventa lievito di concordia per l’umanità».