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Allarme centrodestra in vista delle regionali: “Ma non era un test”

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Vertice dei tre leader a Palazzo Chigi. Sul tavolo voto anche la legge elettorale. Tensione tra premier e Salvini sul Ponte
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Il caffè è amaro. Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani sono insieme a pranzo, a palazzo Chigi, quando i cellulari dei tre cominciano a trillare: sono arrivati i primi exit poll, informalissimi, sulle comunali. Che la partita fosse in salita, era chiaro. Ma la sveglia stavolta è più forte del previsto. Così è una débâcle. Soprattutto a Genova: il leghista, in tutti gli ultimi comizi liguri, aveva azzardato addirittura una vittoria al primo turno del suo uomo, Pietro Piciocchi. Invece stravince la sinistra, senza nemmeno bisogno del ballottaggio. Come a Ravenna. Pure a Taranto e Matera la maggioranza insegue. In coda al pasto, si parla di questo, nel vertice tra i leader del centrodestra. E certo, nei commenti ufficiali si cerca di ridurre un po’ la portata del danno, «a Ortona vanno al ballottaggio due dei nostri», «spiace per Genova, ma non è un test nazionale», detta la linea Giovanni Donzelli. A taccuini chiusi, però, per diversi big l’analisi è decisamente più spiacevol…

Il caffè è amaro. Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani sono insieme a pranzo, a palazzo Chigi, quando i cellulari dei tre cominciano a trillare: sono arrivati i primi exit poll, informalissimi, sulle comunali. Che la partita fosse in salita, era chiaro. Ma la sveglia stavolta è più forte del previsto. Così è una débâcle. Soprattutto a Genova: il leghista, in tutti gli ultimi comizi liguri, aveva azzardato addirittura una vittoria al primo turno del suo uomo, Pietro Piciocchi. Invece stravince la sinistra, senza nemmeno bisogno del ballottaggio. Come a Ravenna. Pure a Taranto e Matera la maggioranza insegue. In coda al pasto, si parla di questo, nel vertice tra i leader del centrodestra. E certo, nei commenti ufficiali si cerca di ridurre un po’ la portata del danno, «a Ortona vanno al ballottaggio due dei nostri», «spiace per Genova, ma non è un test nazionale», detta la linea Giovanni Donzelli. A taccuini chiusi, però, per diversi big l’analisi è decisamente più spiacevole: «È andata peggio di quanto pensassimo». Soprattutto, l’esito di questa tornata nelle città accende una spia d’allarme seria sulle regionali d’autunno.

La destra adesso teme di perderne 4 su 5. Cioè tutte le partite tranne il Veneto (che dovrebbe restare alla Lega, ormai rinunciataria sul terzo mandato, con i Fratelli che potrebbero riavere la Sicilia, ma va convinta FI). Toscana e Puglia sono date per perse. In Campania, dove un pezzo di FdI vuole candidare Edmondo Cirielli e un pezzo spinge per ripescare Gennaro Sangiuliano, le cose rischiano di mettersi male, se i deluchiani non corressero in solitaria e si saldasse il campo largo su Roberto Fico. Nelle Marche invece i sondaggi interni danno Francesco Acquaroli in affanno.

Si parla anche delle regionali, dunque, nell’ora e mezza di confronto a Chigi. Meloni parte dal Trentino, dove la Lega si è irritata per l’impugnativa del governo sul terzo mandato per Maurizio Fugatti. «Aspettiamo che la Consulta si esprima anche sulle regioni a statuto speciale», è la linea della premier, che chiede intanto al Carroccio di evitare ritorsioni (la vice-presidente di FdI è stata appena fatta fuori). Si discute pure di legge elettorale nazionale. Con FdI che ha in testa un proporzionale con premio di maggioranza, sgradito alla Lega, a cui non dispiacciono gli uninominali attuali. A tavola si affronta anche l’attivismo di Salvini sul ponte sullo Stretto. In particolare lo scontro con il Quirinale sui controlli antimafia, alimentato dal capo del Mit. Meloni, secondo fonti di maggioranza, avrebbe esplicitato al vice di non avere gradito le tensioni con il Colle, peraltro nell’anniversario di Capaci. Il leghista non pare troppo crucciato, però. Proprio nelle ore del confronto, dal suo profilo Instagram compare un “mi piace” a una foto di Elisabetta Canalis in jumpsuit aderente.

Attovagliata con i vice, Meloni fa il punto anche sui dossier internazionali più tribolati. Si parla di dazi, dei contatti della premier con Trump nel weekend e dell’ultima telefonata di Meloni con Ursula con der Leyen, domenica, prima che quest’ultima sentisse il tycoon. Ma si discute soprattutto di Gaza. In particolare della possibilità di sganciarsi più duramente dall’azione di Netanyahu, considerate pure le mobilitazioni che si stanno moltiplicando nello Stivale. Domani Tajani parlerà alla Camera. Ma non è chiaro se ci sarà una sterzata vera. Difficile che si arrivi alle parole, nettissime, pronunciate ieri da Guido Crosetto: «Netanyahu sta sbagliando tutto». Anche sulla politica estera, le tensioni in maggioranza restano: ieri Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega, ha battibeccato a distanza con Tajani.

L’ennesima bizza, nel giorno dell’amarezza elettorale. Che rovina un po’ la festa ad Arianna Meloni: la sorella della premier, capo-segreteria di FdI, ha spento le 50 candeline a casa alla vigilia, domenica notte, con la sorella e l’ex compagno Lollobrigida. Il brindisi a via della Scrofa è rimandato a oggi (o domani).

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