ROMA – È ancora il centrosinistra delle grandi città, punto di forza e debolezza. Riconquistata Genova – rossa sempre tranne nei sette anni di Marco Bucci – i centri urbani si confermano il campo da gioco più agevole per i partiti che in Parlamento siedono all’opposizione. Ora i capoluoghi sotto le insegne dei progressisti sono 59. Tra questi, ci sono le maggiori metropoli del Paese: Roma, Milano, Napoli e Torino. E poi ancora: Bologna, Firenze, Bari, Cagliari, Catanzaro. Poche eccezioni, Palermo e Catania le più significative.
Da lunedì sera a sinistra è tornata anche Genova, la più popolosa d’Italia ad avere una sindaca donna, Silvia Salis. L’ex olimpionica del lancio del martello ha lasciato la vicepresidenza Coni, festeggia, si fa baluardo dell’alleanza extralarge («ci attaccavano sperando che ci dividessimo» e invece «non c’è stata una nota stonata»), ma si schermisce davanti alle lusinghe di chi già la vorrebbe proiettare nella politica nazionale: «Da sportiva, mi occupo di un o…
ROMA – È ancora il centrosinistra delle grandi città, punto di forza e debolezza. Riconquistata Genova – rossa sempre tranne nei sette anni di Marco Bucci – i centri urbani si confermano il campo da gioco più agevole per i partiti che in Parlamento siedono all’opposizione. Ora i capoluoghi sotto le insegne dei progressisti sono 59. Tra questi, ci sono le maggiori metropoli del Paese: Roma, Milano, Napoli e Torino. E poi ancora: Bologna, Firenze, Bari, Cagliari, Catanzaro. Poche eccezioni, Palermo e Catania le più significative.
Da lunedì sera a sinistra è tornata anche Genova, la più popolosa d’Italia ad avere una sindaca donna, Silvia Salis. L’ex olimpionica del lancio del martello ha lasciato la vicepresidenza Coni, festeggia, si fa baluardo dell’alleanza extralarge («ci attaccavano sperando che ci dividessimo» e invece «non c’è stata una nota stonata»), ma si schermisce davanti alle lusinghe di chi già la vorrebbe proiettare nella politica nazionale: «Da sportiva, mi occupo di un obiettivo alla volta». Adesso, «non c’è spazio per altro», solo l’impegno «totalizzante» per Genova. Aggiunge una nota di metodo: «La politica deve tornare a parlare un linguaggio di rispetto». E una di merito: «Presto una delibera sul salario minimo negli appalti pubblici a 9 euro per dare un messaggio di dignità del lavoro e di sicurezza». La battaglia unitaria del centrosinistra applicata al locale. E al referendum? La neosindaca annuncia «cinque sì»: e se non tutti i suoi alleati faranno altrettanto, pazienza, pur «con sensibilità diverse» la coalizione «non si dividerà». Nella città della Lanterna sembrava persino che oggi potessero sbarcare i leader per una photo-opportunity con i palloncini e lo champagne: pia illusione naufragata sotto il peso delle agende impossibili da conciliare.
Il dibattito, intanto, è ripartito: insieme sempre oppure ogni tanto, tutti o con addendi variabili? Voci diverse, diversi gradi di convinzione. La segretaria del Pd Elly Schlein non sa più come ripeterlo: «Siamo testardamente unitari non perché ce lo chiede il medico, ma perché ce lo chiede la nostra gente» (ieri a Dimartedì su La7). Il presidente di Italia viva Matteo Renzi a Metropolis lo dice a modo suo: «Non importa di che colore è il gatto l’importante è che prenda il topo». Nicola Fratoianni di Avs lo rimarca: «Bisogna insistere con determinazione in questa direzione». La secchiata di acqua ghiacciata è ancora una volta del leader del M5S Giuseppe Conte: «La sommatoria aritmetica qualche volta può funzionare. In politica di solito non funziona». Una freddezza che ha delle ricadute nelle partite locali da decidere al ballottaggio, l’8 e il 9 giugno.
A Matera, il quadro frammentato non dà segni di ricomposizione. Nella città dei sassi il Pd non ha presentato il simbolo, disconoscendo il candidato del centrosinistra Roberto Cifarelli (che pure è un consigliere regionale dem). Ora il partito dovrà decidere se sostenerlo nel secondo tempo contro il candidato di destra Antonio Nicoletti. Chi non lo appoggerà di certo è l’ex sindaco 5S sconfitto Domenico Bennardi. Anche a Taranto l’11% della pentastellata Annagrazia Angolano potrebbe essere l’ago della bilancia nella contesa con il civico-leghista Francesco Tacente. Ma l’apparentamento è tutt’altro che scontato.