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Janeczek: “Giusto esserci per la vita dei palestinesi. Israele, è suicidio morale”

Helena Janeczek 

 

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Intervista alla scrittrice: “La guerra di Netanyahu cambia la tradizione ebraica. Per noi ogni vita umana è da salvare sempre”
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Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera da una famiglia ebrea-polacca ma ormai scrittrice italiana — ha vinto il premio Strega per “La ragazza con la Leica” — aderisce con convinzione alla manifestazione per Gaza il 7 giugno.

Crede possa cambiare qualcosa scendendo in piazza?

«Non so se si riesca a ottenere qualcosa, ma non provarci sarebbe un errore».

Anna Foa ha scritto che le piacerebbe se lo slogan della manifestazione fosse anche “salviamo Israele”. Salvare Israele da se stessa?

«Io sono ebrea da parte di entrambi i genitori e sono d’accordo con Foa, c’è da salvare Israele, un Paese che si sta avviando su una china antidemocratica, salvarlo dal suo suicidio morale. Prima di tutto però si tratta di salvare la vita dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania».

Cosa significa per lei Israele?

«I miei genitori, sopravvissuti alla Shoah in Polonia, vedevano in Israele esattamente questo: un posto sicuro per noi, indipendentemente da chi siamo e da come la pensiamo. Invece la scelta di …

Helena Janeczek, nata a Monaco di Baviera da una famiglia ebrea-polacca ma ormai scrittrice italiana — ha vinto il premio Strega per “La ragazza con la Leica” — aderisce con convinzione alla manifestazione per Gaza il 7 giugno.

Crede possa cambiare qualcosa scendendo in piazza?

«Non so se si riesca a ottenere qualcosa, ma non provarci sarebbe un errore».

Anna Foa ha scritto che le piacerebbe se lo slogan della manifestazione fosse anche “salviamo Israele”. Salvare Israele da se stessa?

«Io sono ebrea da parte di entrambi i genitori e sono d’accordo con Foa, c’è da salvare Israele, un Paese che si sta avviando su una china antidemocratica, salvarlo dal suo suicidio morale. Prima di tutto però si tratta di salvare la vita dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania».

Cosa significa per lei Israele?

«I miei genitori, sopravvissuti alla Shoah in Polonia, vedevano in Israele esattamente questo: un posto sicuro per noi, indipendentemente da chi siamo e da come la pensiamo. Invece la scelta di sacrificare gli ostaggi, di dare una priorità alla distruzione di Gaza, alla conquista della terra per dare retta ai partner di governo estremisti di Netanyahu, sposta completamente i pesi all’interno del concetto di sionismo e persino della tradizione ebraica, per la quale ogni singola vita umana è da salvare a ogni costo».

Eppure, una parte della società israeliana è molto critica, gli attacchi più duri a Netanyahu si leggono su Haaretz. Si sta muovendo qualcosa?

«È vero che Haaretz ospita voci estremamente critiche, anche articoli di palestinesi ma, come fa notare Anna Momigliano nel suo libro “Fondato sulla sabbia”, Israele è una società molto giovane, il che significa che è molto cambiata dal sionismo delle origini. La sinistra anti-occupazione, già molto minoritaria prima del 7 ottobre, è entrata in una crisi profondissima».

Come distinguere l’antisemitismo dalle critiche alle scelte del governo israeliano?

«Chi vuole confondere i due piani è il governo di Israele. Il problema dell’antisemitismo c’è ed è crescente. Ma al tempo stesso è palese l’uso strumentale che ne fa Israele e anche l’amministrazione degli Stati Uniti, che si serve di questa accusa non solo per perseguitare attivisti pro-pal, ma anche per attaccare le università, limitare la libertà di espressione e la libertà di insegnamento».

Se tuttavia Hamas rilasciasse gli ostaggi, che da 600 giorni sono prigionieri nei suoi tunnel, cadrebbe ogni pretesto di attaccare da parte del governo Israeliano, non crede?

«Oggi purtroppo le cose non stanno più così. Il fallimento delle ultime trattative, nonostante la mediazione degli Stati Uniti di Trump, ha fatto capire che gli israeliani pongono condizioni inaccettabili forse non solo per Hamas».

Due popoli due Stati è ormai uno slogan vuoto e ipocrita?

«Sembra una cosa fuori dalla realtà. Parlare di soluzioni quando l’urgenza è quella di fermare Israele, è inutile. Si è creata una tale frattura di odio, di rabbia e di dolore che ci vorrà non so quanto tempo per costruire un minimo tessuto di possibile convivenza».

C’è molto scontro sul concetto di genocidio. Lei lo userebbe per descrivere quello che sta avvenendo?

«È una questione problematica, perché porta a un’equiparazione fra i nazisti di allora e gli israeliani di oggi. D’altra parte esiste una convenzione contro il genocidio, delle definizioni giuridiche, secondo il diritto internazionale. La verità è che i genocidi ci sono stati anche prima e dopo la Shoah, quello che distingue il genocidio degli ebrei non sta tanto nel come o nei numeri. Ma risiede nella condizione di chi si è sentito senza scampo, destinato a essere ammazzato ovunque andasse nel mondo. Un progetto di annientamento totale».

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