Questo è il numero di venerdì 30 maggio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
A un certo punto di Maschi veri, serie Netflix basata sull’originale spagnolo Machos alfa, Thony, che in un bel film di Virzì non riusciva a restare incinta e qui scopre le controindicazioni dell’esserci riuscita ben due volte, si trasferisce a casa del toy boy con il quale tradisce il marito e scopre con sorpresa che il ragazzo divide l’affitto con due coetanei intenti a giocare alla Play e a mangiare pasta con il wurstel da insalatiere giganti. Non sapeva dei coinquilini? Forse gli sceneggiatori Furio Andreotti, Giulia Calenda e Ugo Ripamonti – i primi due già autori del blockbuster parafemminista C’è ancora domani - volevano alludere al fatto che il legame tra i due non è cementato dal tempo trascorso a raccontarsi le rispettive vite. Stufa delle disattenzioni del marito, un Pietro Sermonti tranviere, Thony non ha saputo resistere al…
Questo è il numero di venerdì 30 maggio 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui
A un certo punto di Maschi veri, serie Netflix basata sull’originale spagnolo Machos alfa, Thony, che in un bel film di Virzì non riusciva a restare incinta e qui scopre le controindicazioni dell’esserci riuscita ben due volte, si trasferisce a casa del toy boy con il quale tradisce il marito e scopre con sorpresa che il ragazzo divide l’affitto con due coetanei intenti a giocare alla Play e a mangiare pasta con il wurstel da insalatiere giganti. Non sapeva dei coinquilini? Forse gli sceneggiatori Furio Andreotti, Giulia Calenda e Ugo Ripamonti – i primi due già autori del blockbuster parafemminista C’è ancora domani - volevano alludere al fatto che il legame tra i due non è cementato dal tempo trascorso a raccontarsi le rispettive vite. Stufa delle disattenzioni del marito, un Pietro Sermonti tranviere, Thony non ha saputo resistere alle avance del ragazzo, che fa il personal trainer nella palestra dove si è iscritta e l’ha rimorchiata con due-frasi-due. Hai degli occhi bellissimi. Hai delle gambe lunghe. La potremmo definire: la franchigia ideologica della gen Z. Nel frattempo il marito cinquantenne è in libera uscita con gli amici maschi e uno di loro, Francesco Montanari, che recita con il ghigno del Libanese anche quando racconta una barzelletta, abborda delle ragazze dirette in discoteca con un suadente buonaseraaaaa. Viene gelato come un patetico boomer: “Guarda che è catcalling”. Se avesse detto loro “avete delle gambe lunghe” sarebbe andata peggio. A non aver visto nessun film più vecchio del 2020 si potrebbe esultare per l’esito della scena senza dover fare confronti con i Settanta, quando Woody Allen veniva respinto sulla pista da ballo con uno “sparisci, sgorbio” (bodyshaming?).
Maschi veri è una sit-com sulla mascolinità tossica, l’aggettivo che nel dibattito pubblico è usato con la stessa pertinenza e digeribilità del wurstel nella pasta. I quattro uomini protagonisti, ciascuno in crisi per i fatti suoi, finiscono a seguire un corso di decostruzione del maschilismo, ma un po’ vogliono cambiare, un po’ vogliono resistere e tornare, se non agli anni Cinquanta di Pane, amore e fantasia, almeno agli anni Ottanta dello spot del silicone Saratoga. L’impressione è che lo stesso sentimento animi gli autori della serie intenti verdonianamente a domandarsi: ma ‘sto woke, ce serve o nun ce serve? Alcuni personaggi sono scritti per suggerire di sì, come Maurizio Lastrico padre separato e ancora innamorato della moglie, precipitato dalla figlia non binary nell’inferno di Tinder, altri scritti per far pensare che no; ma sia i primi che i secondi cambiano umore e segno a ricasco delle esigenze di commedia, sempre sospesi tra la voglia di adeguarsi alle prescrizioni del tempo, padel in testa, e la tentazione di erompere in un fantozziano urlo liberatorio: “Il woke è una cagata pazzesca!”.
Non c’è argomento da rotocalco – qualcuno sa ancora cos’è? – che non sia buttato dentro la trama: i ruoli, gli influencer, la coppia aperta, il gender e il genderwashing, il mansplaining (mo’ ti spiego io, donna), il ghosting (lo stronzo se l’è squagliata), il gaslighting (ma che t’inventi, bella) e tutti i neologismi anglosassoni con suffisso -ing partoriti dall’accademia per smascherare i rapporti di forza e le gerarchie nascoste dietro ogni relazione sociale e sentimentale. Ma Maschi veri, prodotto da Groenlandia, sublime richiamo involontario alle pulsioni espansioniste del campione mondiale dell’anti-wokismo, è una serie centrista, e la stretta parentela di una delle sceneggiatrici con il leader di Azione non c’entra. Non può che scontentare gli ultras del woke, che ci vedono il patriarcato uscire dalla porta e rientrare dalla finestra: si riformano le coppie tradizionali, si separano quelle che hanno tentato esperimenti e pure la figlia non binary contraria alla monogamia alla fine piange come in un romanzo di Moccia quando il ganzo la molla. Anche se la più manifesta, e del tutto condivisibile, delle pulsioni reazionarie è la partita di calcetto finale, come in un Salvatores-movie di reduci del Settantasette che fa giustizia di questa assurda e passeggera moda del padel.
Né però la serie può soddisfare i merli maschi: troppe lezioncine didascaliche sull’uomo che non sa vedere oltre il proprio naso, per usare un sostitutivo. Al di là del risultato finale, non aspettatevi Monicelli, resta dalla visione, oltre alla domanda insoluta sugli effetti del woke, lo specchio di un dibattito un po’ precipitato, e certo non è colpa di Maschi veri, considerato che Io la conoscevo bene è del 1965, l’episodio dei Mostri in cui Gassman lascia l’amante per sostituirla con un’altra amante è ancora precedente e, anche a non volare così alto, sui tormenti maschili per la coppia aperta Francesco Nuti ci fece un film che era il 1991, si telefonava con i gettoni e circolava ancora qualche A112. Si chiamava Donne con le gonne.
È uscito da poco per Utet un bel libro della filosofa Susan Neiman, La sinistra non è woke, dove si sostiene in sintesi che la sbornia woke ha preparato il terreno alla reazione trumpiana con un dogmatismo e un’intolleranza di fatto speculari a quelli della destra sovranista. Neiman ce l’ha proprio con i filosofi della decostruzione, Foucault su tutti, e per fotografare in quale vicolo cieco ci siamo cacciati cita questa frase di Richard Rorty: “Questo è il tipo di sinistra che le oligarchie sognano: una sinistra i cui membri sono così occupati a smascherare il presente che non rimane più loro tempo per discutere di quali leggi bisogna far approvare per migliorare il futuro”. Al massimo un po’ di tempo per giocare a padel la mattina.