Matteo Ricci: “Solo insieme si può vincere impariamo dai nostri avversari”
di Giovanna VitaleCi vuole pazienza e determinazione per costruire un’alleanza fra tutte le forze progressiste. Ma se si parte dal programma, dalle cose da fare insieme, trovare le convergenze fra di noi non è poi così difficile». Matteo Ricci, eurodeputato Pd ed ex sindaco di Pesaro, è per adesso l’unico candidato del centrosinistra già in pista per le regionali, al lavoro per organizzare una coalizione in formato extralarge. Il suo partito gli ha chiesto la disponibilità a candidarsi e lui, dopo averci riflettuto per un po’, ha accettato di correre per la guida delle Marche, espugnate cinque anni fa da Francesco Acquaroli, esponente di FdI e fedelissimo di Giorgia Meloni.
Anche le ultime comunali dimostrano che uniti si vince, ma nel vostro campo ogni tornata elettorale si trasforma in uno psicodramma. Il suo a che punto è?
«Nessuno psicodramma, anzi. Da settimane ci stiamo confrontando sul programma con tutte le forze politiche, a cominciare dal M5S, e grandi differenze non ci sono. Alcune — Avs…
Ci vuole pazienza e determinazione per costruire un’alleanza fra tutte le forze progressiste. Ma se si parte dal programma, dalle cose da fare insieme, trovare le convergenze fra di noi non è poi così difficile». Matteo Ricci, eurodeputato Pd ed ex sindaco di Pesaro, è per adesso l’unico candidato del centrosinistra già in pista per le regionali, al lavoro per organizzare una coalizione in formato extralarge. Il suo partito gli ha chiesto la disponibilità a candidarsi e lui, dopo averci riflettuto per un po’, ha accettato di correre per la guida delle Marche, espugnate cinque anni fa da Francesco Acquaroli, esponente di FdI e fedelissimo di Giorgia Meloni.
Anche le ultime comunali dimostrano che uniti si vince, ma nel vostro campo ogni tornata elettorale si trasforma in uno psicodramma. Il suo a che punto è?
«Nessuno psicodramma, anzi. Da settimane ci stiamo confrontando sul programma con tutte le forze politiche, a cominciare dal M5S, e grandi differenze non ci sono. Alcune — Avs, +Europa e Italia viva — hanno già aderito, aspettiamo il Movimento, Azione e altre realtà civiche e di sinistra con cui il dialogo è a buon punto».
E quando contate di chiudere?
«Speriamo prima dell’estate, anche perché il governatore uscente ha annunciato di voler anticipare il voto a settembre, pensando forse di coglierci impreparati. E invece noi, ragionando sui temi concreti, stiamo verificando che siamo molto più vicini di quel che immaginavamo. In fondo è la stessa esperienza che ho avuto da sindaco: sono stato il primo in Italia a coinvolgere i 5S in giunta, partendo dai progetti su università e innovazione tecnologica che hanno portato benefici alla città. È un metodo che ha funzionato e si può replicare anche a livello nazionale».
Le alleanze, viste dai territori, sembrano facili da siglare, a Roma molto meno. Perché secondo lei?
«Sui territori hai meno questioni divisive da affrontare, non ci sono i temi etici e la politica estera. Ma gli altri che interessano i cittadini sono gli stessi a ogni latitudine. Bisogna sforzarsi di capire che quella che si costruisce è un’alleanza fra diversi, occorre avere rispetto per l’autonomia delle singole forze politiche, individuando un comun denominatore valoriale e di programma in grado di farti diventare un’alternativa vera».
Lei la fa semplice, ma come possono unirsi e su cosa Fratoianni e Calenda, oppure Conte con Renzi? «In una fase storica di cambiamenti drammatici come quella che stiamo attraversando, lavorare su ciò che si condivide e limare le distanze non è più un’opzione, è una necessità. Del resto, non possiamo fare altro se vogliamo battere una destra litigiosissima al suo interno — basta vedere quante se ne dicono ogni giorno Lega e Forza Italia — che però alla fine trova sempre una sintesi e si presenta unita alle elezioni. È una loro caratteristica che noi dobbiamo copiare perché è un elemento virtuoso, non un vizio da condannare. Fare il contrario è un esercizio da anime belle destinate alla sconfitta perenne».
Secondo Calenda una coalizione con dentro tutte le opposizioni può pure vincere, ma poi durerebbe quanto un gatto in tangenziale.
«Capisco l’obiezione, ma l’alternativa qual è? Le elezioni sono contraddistinte dai sistemi elettorali: alle comunali puoi dire “al primo turno vado da solo e poi al ballottaggio si vede”, ma alle politiche e alle regionali si vince per un voto in più, non c’è spazio per terzi poli. Se la legge elettorale non cambia, correre divisi è un favore che si fa alla destra. Oltretutto, se andasse dall’altra parte non è che non avrebbe problemi: sarebbe costretto a governare con la Lega. Ma cos’ha in comune Calenda con Salvini? Alleandosi con noi non dovrebbe fare il Conte 3, il suo primo interlocutore sarebbe il Pd, con cui ha grandi affinità».
Lei è partito per primo, nelle altre regioni il puzzle è tutto da comporre: il vostro campo sarà largo ovunque?
«Sono convinto di sì. Dopodiché, avendo anche un interesse personale, penso che le alleanze nelle regioni prima si chiudono meglio è. Anche perché c’è agosto di mezzo. Molti passi sono già stati fatti. E la campagna referendaria, come pure la manifestazione per Gaza convocata dai principali leader dell’opposizione, è un ulteriore segnale di unità. Quando dico che bisogna trovare un comun denominatore valoriale è proprio questo che intendo. Le battaglie comuni sulla sanità e il salario minimo dimostrano che si può lavorare insieme. Pena la sconfitta, far governare la destra nel modo disastroso che abbiamo visto in questi anni».