«Vado a votare, ma non ritiro la scheda: è una delle opzioni». In modo quantomeno estemporaneo, Giorgia Meloni comunica la propria strategia referendaria mentre passeggia su via dei Fori Imperiali per le celebrazioni della festa della Repubblica. È circondata dallo staff e dagli uomini della sicurezza, il sole picchia forte su Roma. Ciononostante, un cronista arriva a portata d’udito e domanda: si recherà alle urne? La presidente del Consiglio risponde: sì. L’effetto, però, è identico a quello di chi resterà a casa: boicottare i quesiti dell’8 e 9 giugno su lavoro e cittadinanza. L’unica novità è che in questo modo la premier sconfessa quanto dichiarato finora da diversi esponenti del governo, che avevano invitato a disertare l’appuntamento.
Il risultato della mossa di Meloni, si diceva, sarà comunque identico a quello dei suoi compagni d’esecutivo: senza ritirare la scheda, infatti, risulterà non votante. E dunque, non contribuirà al raggiungimento del quorum. Certo, in più resterà i…
«Vado a votare, ma non ritiro la scheda: è una delle opzioni». In modo quantomeno estemporaneo, Giorgia Meloni comunica la propria strategia referendaria mentre passeggia su via dei Fori Imperiali per le celebrazioni della festa della Repubblica. È circondata dallo staff e dagli uomini della sicurezza, il sole picchia forte su Roma. Ciononostante, un cronista arriva a portata d’udito e domanda: si recherà alle urne? La presidente del Consiglio risponde: sì. L’effetto, però, è identico a quello di chi resterà a casa: boicottare i quesiti dell’8 e 9 giugno su lavoro e cittadinanza. L’unica novità è che in questo modo la premier sconfessa quanto dichiarato finora da diversi esponenti del governo, che avevano invitato a disertare l’appuntamento.
Il risultato della mossa di Meloni, si diceva, sarà comunque identico a quello dei suoi compagni d’esecutivo: senza ritirare la scheda, infatti, risulterà non votante. E dunque, non contribuirà al raggiungimento del quorum. Certo, in più resterà il fotogramma che la vedrà ripresa in coda ad un seggio.
Non era previsto che decidesse di parlare proprio il 2 giugno, ma sicuramente la premier era avvertita del rischio di doversi esporre, prima o poi. La scelta di recarsi comunque al seggio, ponderata negli ultimi giorni dopo le pesanti polemiche sui suoi silenzi attorno al referendum, determina lo scavalcamento (e, almeno dal punto di vista formale, anche la sconfessione) di alcuni ministri e del presidente del Senato. Ignazio La Russa, infatti, aveva prima confidato di valutare la possibilità di votare, soprattutto in forza del suo ruolo («ero al Senato e mi ricordavo di essere presidente»). Salvo poi rettificare nel corso di una convention di partito, anche a costo di generare un diluvio di critiche da parte delle opposizioni e dei sindacati: «Continuo a dire che ci penso – aveva detto - però di una cosa sono sicuro: farò propaganda affinché la gente se ne stia a casa. Magari io poi ci andrò».
Non era stato l’unico, prima di Meloni, a esporsi. Anche Antonio Tajani era stato netto: «Noi siamo per un astensionismo politico, non di disinteresse nei confronti degli argomenti. In che senso? È una scelta pure non andare a votare. Se uno considera che i referendum non sono giusti, allora è giusto per lui che non raggiungano il quorum. Non c’è nessun obbligo di recarsi alle urne, è illiberale chi vuole obbligare a farlo».
In realtà, l’annuncio della Meloni cambia poco o nulla sul fronte pratico. L’unica differenza rispetto a chi decide di restare a casa è che il presidente del seggio perderà alcuni secondi per visionare il documento d’identità della votante, assieme al suo foglio elettorale. Il resto, è tutto da stabilire: se Meloni rifiuterà le schede, come promesso, non dovrebbe neanche ricevere il bollo sulla tessera elettorale. E il presidente del seggio potrebbe riservarsi anche di non registrarla, per la stessa ragione. In vista di questo passaggio referendario è stato già pubblicato un rapido vademecum del ministero dell’Interno, che scioglie alcuni dubbi: l’elettore che rifiuta di ritirare tutte le schede – è precisato - non può essere considerato come votante e non deve quindi essere conteggiato tra i votanti. È il caso di Meloni, per intenderci. Diverso sarebbe, invece, se l’elettore ritirasse le schede e senza neppure entrare in cabina le restituisse al presidente di seggio, senza alcuna espressione di voto. In quest’ultimo caso, verrebbe conteggiato come votante, la sua scheda annullata. Farebbe quorum, dunque: proprio quello che la premier vuole a tutti i costi evitare.