Votare o non votare, questo è il problema. Che la presidente del Consiglio ha pensato bene di risolvere alla sua maniera: va ai seggi, ma non ritira la scheda, il che è come non andarci, quindi si astiene, cioè non vota e così evita di contribuire alla formazione del quorum necessario per validare i referendum in calendario domenica e lunedì prossimi. Un «trucco» per «sabotarli», una «furbizia» — ancorché legittima — che per le opposizioni significano una cosa sola: «Giorgia Meloni prende in giro gli italiani».
«Anziché dire se è favorevole o contraria ai cinque quesiti conferma che li vuole affossare perché non ritirare le schede equivale a non votare», attacca Elly Schlein. E con lei tutti i promotori della consultazione popolare. «Meloni ha paura della partecipazione e di dire la verità, che è sotto gli occhi di tutti: non vuole contrastare la precarietà e migliorare la legge sulla cittadinanza», rincara la segretaria del Pd. «Invece di invitare all’astensione, e di farlo nel giorn…
Votare o non votare, questo è il problema. Che la presidente del Consiglio ha pensato bene di risolvere alla sua maniera: va ai seggi, ma non ritira la scheda, il che è come non andarci, quindi si astiene, cioè non vota e così evita di contribuire alla formazione del quorum necessario per validare i referendum in calendario domenica e lunedì prossimi. Un «trucco» per «sabotarli», una «furbizia» — ancorché legittima — che per le opposizioni significano una cosa sola: «Giorgia Meloni prende in giro gli italiani».
«Anziché dire se è favorevole o contraria ai cinque quesiti conferma che li vuole affossare perché non ritirare le schede equivale a non votare», attacca Elly Schlein. E con lei tutti i promotori della consultazione popolare. «Meloni ha paura della partecipazione e di dire la verità, che è sotto gli occhi di tutti: non vuole contrastare la precarietà e migliorare la legge sulla cittadinanza», rincara la segretaria del Pd. «Invece di invitare all’astensione, e di farlo nel giorno della festa della Repubblica, avesse almeno il coraggio di andare a votare no. Noi invece voteremo 5 sì, e saremo tanti!».
Eccola l’arma finale su cui conta la rete di sindacati, forze politiche e associazioni che si battono per raggiungere — l’8 e il 9 giugno — il numero legale minimo, pari al 50% +1 degli aventi diritto: mobilitare l’elettorato contro il governo e la maggioranza che stanno facendo campagna per disertare le urne. Con tanto di appelli lanciati non solo dai big di esecutivo e maggioranza, a partire dai vicepremier Tajani e Salvini, ma anche da alcune fra le massime cariche dello Stato, in testa il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Lo dice pure Maurizio Landini: «Le parole della premier sono un invito al non voto, un atto un po’ irresponsabile», denuncia il segretario della Cgil. «E sono anche paradossali perché è un po’ come dire che vado al supermercato ma non faccio la spesa, vado al cinema ma non entro in sala». Oppure «come andare allo stadio e non guardare la partita», prosegue la lista il dem Francesco Boccia. Un’opzione che «indigna ma non stupisce» Giuseppe Conte: «In quasi 30 anni di politica la presidente del Consiglio non ha fatto nulla per tutelare chi lavora e si spacca la schiena ogni giorno, i ragazzi precari», va giù duro il capo M5S. «Ed è vergognoso» che questo annuncio l’abbia dato il 2 giugno, «mentre si celebra la scelta degli italiani per la Repubblica proprio con un referendum». Coincidenza che rende ancor più grave lo sfregio meloniano, su cui aleggia anche un sospetto: «Una premier che manda messaggi confusi per invitare all’astensione è agghiacciante, la prova che temono il voto», accusa Riccardo Magi di +Europa. Messaggi probabilmente fatti apposta — paventano le opposizioni — per creare il caos ai seggi e compromettere un quorum già parecchio in bilico.
Comunque un comportamento poco istituzionale. «Incomprensibile» per Carlo Calenda, ieri ospite dell’iniziativa organizzata nel rione romano di Testaccio dal Comitato promotore del quesito sulla cittadinanza: «Ma che significa andare al seggio e non ritirare la scheda? Allora è meglio se non ci va», graffia il leader di Azione. Protagonista con Schlein di un gustoso siparietto. «Ti vedo bene in questo contesto Carlo», lo saluta la segretaria pd, «dobbiamo vederci un po’ di più». E l’altro: «Volentieri Elly, quando vuoi». E giù sorrisi e abbracci che preludono, chissà, a future alleanze.
Breve intermezzo di una giornata altrimenti dedicata all’ira contro Meloni che «disprezza il confronto democratico e ha paura del giudizio dei cittadini». Sarcastico Nicola Fratoianni di Avs: «Gli italiani non faranno la vergognosa pantomima di non ritirare la scheda». È questa la speranza, adesso: che sia proprio la premier, il suo «inganno», a gonfiare le vele della partecipazione. E far passare i referendum.