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Diritti più garantiti per tre occupati su quattro se il quorum verrà superato

(agf)

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La Cgil scommette sul cambio delle tutele per 13 milioni di persone. Giro d’affari da 500 miliardi dietro lo snodo appalti
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ROMA – Se vince il sì al referendum dell’8-9 giugno, cambiano le regole per oltre 13 milioni di lavoratrici e lavoratori. La reintegra nei licenziamenti illegittimi torna possibile nelle grandi imprese. Salta il tetto massimo di sei mensilità all’indennità di licenziamento per chi lavora nelle piccole. I contratti a termine avranno sempre bisogno di una causale. E chi affida un appalto sarà responsabile in solido della sicurezza dei lavoratori.

Il calcolo lo fa la Cgil, promotrice del voto. E parte dal quesito più simbolico, il primo. Quello che vuole abrogare il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act. E tornare così all’articolo 18, nella versione della legge Fornero. Oggi chi è assunto dopo il 7 marzo 2015 non può essere reintegrato, neanche se un giudice dichiara il licenziamento illegittimo: solo un’indennità economica, predefinita. Sono già 3,5 milioni gli assunti dopo quella data, nei calcoli Cgil. E crescono ogni anno. Con il sì, il reintegro diventa possibil…

ROMA – Se vince il sì al referendum dell’8-9 giugno, cambiano le regole per oltre 13 milioni di lavoratrici e lavoratori. La reintegra nei licenziamenti illegittimi torna possibile nelle grandi imprese. Salta il tetto massimo di sei mensilità all’indennità di licenziamento per chi lavora nelle piccole. I contratti a termine avranno sempre bisogno di una causale. E chi affida un appalto sarà responsabile in solido della sicurezza dei lavoratori.

Il calcolo lo fa la Cgil, promotrice del voto. E parte dal quesito più simbolico, il primo. Quello che vuole abrogare il contratto a tutele crescenti previsto dal Jobs Act. E tornare così all’articolo 18, nella versione della legge Fornero. Oggi chi è assunto dopo il 7 marzo 2015 non può essere reintegrato, neanche se un giudice dichiara il licenziamento illegittimo: solo un’indennità economica, predefinita. Sono già 3,5 milioni gli assunti dopo quella data, nei calcoli Cgil. E crescono ogni anno. Con il sì, il reintegro diventa possibile. Non si potrà più perdere il lavoro senza un motivo legittimo.

Il secondo sì incide invece sulle imprese con meno di 16 dipendenti, dove lavorano 3,7 milioni di persone. In questi casi, anche se il licenziamento è infondato, oggi il risarcimento massimo è di 6 mensilità. Una soglia fissa, che non rispecchia il danno subito. Se il quesito passa, quel tetto salta: sarà il giudice a valutare l’indennità, caso per caso. Non cambia il meccanismo (non c’è reintegra, ma non c’era neanche con lo Statuto dei lavoratori del 1970). Ma la tutela sì. L’obiettivo è superare un tetto rigido, spesso insufficiente, per riconoscere un risarcimento proporzionato alla gravità del licenziamento.

Il terzo quesito riguarda i contratti a termine. Oggi possono essere usati fino a 12 mesi senza causale: cioè senza spiegare perché il lavoro non possa essere stabile. E fino a 24 mesi per “esigenze tecniche” concordate con le parti. Secondo la Cgil, 2,3 milioni di lavoratori sono a tempo determinato. Se vince il sì, torna l’obbligo di motivazione: si potrà assumere a termine solo per ragioni specifiche. Il contratto a termine torna così un’eccezione, non la scorciatoia per evitare assunzioni stabili. L’obiettivo è ridurre una precarietà sistemica, fatta di rapporti discontinui, spesso svantaggiosi in termini di diritti, salari e prospettive.

Ma il quesito più trascurato e forse il più impattante è il quarto sulla sicurezza negli appalti. In Italia si contano fino a 500 mila denunce di infortunio l’anno, oltre 1.000 morti sul lavoro, molti nei cantieri in appalto e subappalto. La norma oggi limita la responsabilità del committente. Il sì cambia tutto: chi affida il lavoro – anche se non esecutore diretto – risponde in solido con appaltatori e subappaltatori. In gioco ci sono 4 milioni di lavoratori coinvolti negli appalti e un giro d’affari da 500 miliardi di euro: 270 nei settori pubblici, 239 in quelli privati. Per la Cgil, «cambia il Paese». Chi dà lavori in appalto deve garantire condizioni di lavoro sicure lungo tutta la filiera, anziché esternalizzare ad imprese non in regola.

Prima dei quattro sì, c’è però un’altra sfida. Senza il quorum, tutto resta com’è. Qualche diritto in meno per milioni di persone.

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