Desalu: “Ho vinto per l’Italia ma mia madre attende ancora”
di Mattia ChiusanoEseosa Desalu conquista l'oro nella 4x100 alle Olimpiadi di Tokyo 2020
Prima di diventare un simbolo dello sport italiano, un campione olimpico nella staffetta 4x100 ai Giochi di Tokyo, Fausto Desalu è stato un ragazzo in attesa. Di un documento, di una cittadinanza italiana che dava per acquisita, scontata essendo nato a Casalmaggiore, provincia di Cremona. Una certezza dissolta quando gli comunicarono che il suo record nazionale allievi dei 60 ostacoli indoor non poteva essere assegnato a un atleta che non era italiano.
Eseosa Fostine Desalu detto “Fausto”, come andò quella volta ad Ancona nel 2011?
«Avevo diciassette anni e ho vinto il titolo italiano, mi fu attribuita la vittoria ma non il record: ho scoperto di non essere un cittadino italiano, ed io ingenuo che lo davo per scontato. Non pensavo funzionass…
Prima di diventare un simbolo dello sport italiano, un campione olimpico nella staffetta 4x100 ai Giochi di Tokyo, Fausto Desalu è stato un ragazzo in attesa. Di un documento, di una cittadinanza italiana che dava per acquisita, scontata essendo nato a Casalmaggiore, provincia di Cremona. Una certezza dissolta quando gli comunicarono che il suo record nazionale allievi dei 60 ostacoli indoor non poteva essere assegnato a un atleta che non era italiano.
Eseosa Fostine Desalu detto “Fausto”, come andò quella volta ad Ancona nel 2011?
«Avevo diciassette anni e ho vinto il titolo italiano, mi fu attribuita la vittoria ma non il record: ho scoperto di non essere un cittadino italiano, ed io ingenuo che lo davo per scontato. Non pensavo funzionasse così il mondo degli adulti. Non avevo mai messo piede all’estero, avevo girato solo l’Italia, della Nigeria e di Abuja da cui sono partiti i miei non conoscevo neanche un monumento. Ma per la burocrazia non avevo i requisiti. In quell’occasione ho scoperto che anche mia madre non aveva la cittadinanza».
Sua madre Veronica, celebre perché faceva la badante mentre lei vinceva a Tokyo.
«Ora è assistente socio sanitaria in una casa di riposo privata, almeno più vicina a casa rispetto a quel periodo. Non è ancora cittadina italiana, ha il permesso di soggiorno a tempo indeterminato: ci stiamo lavorando, ma intanto lei è felice, perché coi suoi sacrifici ha fatto in modo che suo figlio avesse un futuro».
Non è ancora italiana sua madre?
«No, ma lei non è una che si lamenta: anzi, mi ha sempre insegnato che la legge si rispetta, soprattutto quando non sei a casa tua. Non ha mai fatto un giorno di ferie, né l’ho mai vista piangere. Sempre a testa alta, anche quando ci svegliavamo alle 4 del mattino per andare in bici d’inverno dai miei “nonni adottivi”. Ha lavorato in un mattatoio, in una fabbrica di formaggi, in case di riposo, ha fatto le pulizie e la raccolta di pomodori. La sua disciplina mi ha forgiato, come posso lamentarmi per un allenamento pesante?».
Com’è cambiata la sua vita?
«Quando mi hanno cancellato il record la mia società ha sollevato il mondo, anche se io ero pronto ad aspettare. Il giorno del mio diciottesimo compleanno il regalo è stata la cittadinanza, l’anno successivo c’è stata la svolta: sono entrato nelle Fiamme Gialle, coronando il mio sogno di diventare atleta professionista. L’oro di Tokyo con Patta, Jacobs e Tortu è stato il giorno più bello della mia vita: mi sento italiano e con quella bandiera addosso ho sentito di aver rappresentato lo stato in cui sono nato al meglio».
Com’è la sua Italia?
«Ho avuto un’infanzia felice, anche se mio padre se n’è andato quando avevo due anni. Ho vissuto a lungo in un paesello di 900 abitanti, Breda Cisoni, in cui mi hanno trattato da subito come uno di loro. Sono lombardo e mi piace il risotto con salsiccia alla mantovana, amo le montagne e il fatto di poter arrivare in Trentino in un paio d’ore. Al parco del Gran Paradiso andavo con la parrocchia. Sono felice di aver fermato l’Italia per 37 secondi, il tempo della nostra staffetta a Tokyo».