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Meloni boccia i quesiti: “L’astensione è un diritto”

Giorgia Meloni (ansa)

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La premier: “Contraria ai contenuti è una resa dei conti a sinistra. No a tempi dimezzati per diventare cittadini”
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Attacco, difesa, contrattacco. Una Giorgia Meloni in versione boxeur parte all’assalto delle opposizioni per spiegare la scelta di (non) voto ai referendum. Di fronte alla platea amica de La Verità, il quotidiano di destra diretto da Maurizio Belpietro che l’accarezza con le domande, la presidente del Consiglio sbeffeggia l’appuntamento elettorale. «Se ho detto che andrò al seggio e non ritirerò la scheda», esordisce, «è perché ritengo giusto dare un segnale di rispetto per le urne e la consultazione referendaria, ma non ne condivido, con sfumature diverse, i contenuti. Non votare è un’opzione, è un mio diritto», scandisce. «Un diritto di tutti, dei lavoratori e dei non lavoratori».

Di bianco vestita, le unghie laccate di rosso, la leader della destra tricolore anziché entrare nel merito prende di mira l’ipocrisia degli avversari: «Nella storia della Repubblica tutti i partiti hanno fatto campagna per l’astensione ai referendum», si giustifica sventolando un volantino d’antan, il logo…

Attacco, difesa, contrattacco. Una Giorgia Meloni in versione boxeur parte all’assalto delle opposizioni per spiegare la scelta di (non) voto ai referendum. Di fronte alla platea amica de La Verità, il quotidiano di destra diretto da Maurizio Belpietro che l’accarezza con le domande, la presidente del Consiglio sbeffeggia l’appuntamento elettorale. «Se ho detto che andrò al seggio e non ritirerò la scheda», esordisce, «è perché ritengo giusto dare un segnale di rispetto per le urne e la consultazione referendaria, ma non ne condivido, con sfumature diverse, i contenuti. Non votare è un’opzione, è un mio diritto», scandisce. «Un diritto di tutti, dei lavoratori e dei non lavoratori».

Di bianco vestita, le unghie laccate di rosso, la leader della destra tricolore anziché entrare nel merito prende di mira l’ipocrisia degli avversari: «Nella storia della Repubblica tutti i partiti hanno fatto campagna per l’astensione ai referendum», si giustifica sventolando un volantino d’antan, il logo dei Ds in bella mostra. E poiché molti dei sostenitori «sono stati al governo negli ultimi dieci anni» senza cambiare le norme che oggi chiedono di abrogare, significa che «se la cantano e se la suonano da soli», ride di gusto. «Invece di «spendere 400 milioni di euro avrebbero potuto fare un lavoro in Parlamento». Peccato che ogni qualvolta la minoranza ci ha provato, sul salario minimo come sulla sanità, è stata rispedita in malo modo al mittente. Ce l’ha in particolare con il Pd, la premier: anche alcuni suoi esponenti, «tra cui Picierno e Guerini», hanno dichiarato che non ritireranno le schede. Ergo: «È una questione tutta interna alla sinistra», taglia corto. «Si sta cercando un nemico esterno. Per non dire che hanno un problema dentro, scaricano la responsabilità su di noi».

Il resto è tutto un autoelogio. «La maggioranza è compatta e lavora bene», rivendica. «Non c’è alcuna possibilità di mandare a casa il governo, anche se qualcuno ci spera e lavora con questo obiettivo». Il suo, lo dice chiaro, è «finire la legislatura con questo governo». Mai nessuno screzio, «non faccio la maestra che bacchetta i ministri», giura, anche se le cronache («false») raccontano il contrario. «Sono fiera dei miei ministri, dei miei vicepremier e dei risultati ottenuti», insiste. «Abbiamo stabilità, è la riforma più importante».

Pronta a rilanciare, soprattutto sui provvedimenti più controversi. Sulla cittadinanza: «Sono contrarissima al dimezzamento dei tempi per richiederla». Sul dl sicurezza: «Sono fiera di quelle norme, sono convinta che ne servano anche altre». Con buona pace dei gufi e di chi vorrebbe sabotarla. Nel mirino, sul finale, il mondo del cinema in rivolta. «Non mi stupisce che chi negli anni ha beneficiato di lauti contributi ora si lamenti», conclude sarcastica la premier. «Dicono che noi ci comportiamo come un clan. Ma quanti attori di destra conoscete? Chi non è di sinistra non dichiara la sua preferenza politica perché altrimenti non lavora. Per me, se un attore è bravo non me ne frega niente di cosa vota. Sono altri che si comportavano da clan e non facevano lavorare chi non votava in un certo modo». La verità di Meloni è servita.

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