Referendum, rush finale. Landini: “Quorum vicino, cambiamo leggi sbagliate”
di Valentina ConteManifestanti durante la chiusura della campagna dei promotori del referendum a piazza Testaccio
ROMA – Il quorum è possibile. «L’obiettivo è vicino, la gente ora sa che si vota per cambiare le leggi sbagliate della destra e della sinistra, per cambiare il Paese», urla Maurizio Landini con l’ultimo refolo di voce rimasto nel comizio di chiusura della lunga campagna referendaria in giro per l’Italia. «Ma sia chiaro. O raggiungiamo il quorum o manchiamo l’obiettivo. Altre letture non sono possibili». Il leader Cgil allontana così la conta di chi andrà alle urne domenica e lunedì. Quei 12 milioni che basterebbero al Pd per gridare vittoria e dare linfa al campo largo. Ma che al sindacato di Corso d’Italia stanno stretti. Ne servono il doppio.
«Al voto, al voto, al voto», le ultime parole di Landini alla piazza amica, nel cuore di un quartiere “rosso” di Roma, piazza Testacci…
ROMA – Il quorum è possibile. «L’obiettivo è vicino, la gente ora sa che si vota per cambiare le leggi sbagliate della destra e della sinistra, per cambiare il Paese», urla Maurizio Landini con l’ultimo refolo di voce rimasto nel comizio di chiusura della lunga campagna referendaria in giro per l’Italia. «Ma sia chiaro. O raggiungiamo il quorum o manchiamo l’obiettivo. Altre letture non sono possibili». Il leader Cgil allontana così la conta di chi andrà alle urne domenica e lunedì. Quei 12 milioni che basterebbero al Pd per gridare vittoria e dare linfa al campo largo. Ma che al sindacato di Corso d’Italia stanno stretti. Ne servono il doppio.
«Al voto, al voto, al voto», le ultime parole di Landini alla piazza amica, nel cuore di un quartiere “rosso” di Roma, piazza Testaccio strapiena di bandiere tricolori col sì al centro. Di bambini che si schizzano con le pistole d’acqua in un pomeriggio caldissimo. Ma anche di anziani preoccupati. «Questo è il mio ultimo referendum, ho 96 anni», dice una signora dagli occhi pieni di luce e di vita afferrando il braccio di Landini. Il segretario firma autografi a chi gli porta la sua autobiografia appena uscita. Sembra un leader. Sul palco però nega. «Non ci penso proprio a candidarmi», dice. Poi si commuove: «Per uno come me che ha iniziato a 16 anni come apprendista e operaio, non c’è niente di più grande che essere diventato segretario generale della Cgil». Applausi.
E però non manca un annuncio importante. «Vedo il quorum. Ma in ogni caso, non finisce così. Dal giorno dopo, da martedì, non solo non mi dimetto come qualcuno comincia a dire. Ma cambiamo il sindacato. Mettiamo in piedi un movimento, frutto della partecipazione dal basso in questi mesi bellissimi con associazioni laiche e cattoliche. Un patrimonio da non disperde». Come sarà, lo si capirà forse lunedì. A urne chiuse. Ora è il momento di spingere la gente al voto. E di attaccare il governo. «Più si agitano, più hanno paura e più aumentano le persone che decidono di votare. Invitare all’astensione è irresponsabile. La premier Meloni poi è mal consigliata. Va in tv con un cartello dei Ds o Pds del 2003 sul non voto. A quel partito non portò bene. Una cavolata è una cavolata, anche se viene da sinistra». Boati.
Landini parla di diritti, precariato, cittadinanza, morti sul lavoro. Non di articolo 18. Non cita mai il Jobs Act. Ma l’ha fatto tante volte nelle ultime settimane e giorni. «Le persone hanno capito. Anche il vescovo di Cosenza dice di votare cinque sì». A parlare invece della riforma renziana è il presidente di Confindustria. «Rimettere in discussione il Jobs Act è pazzia, un salto nel passato», si allarma Emanuele Orsini all’assemblea degli industriali di Novara-Vercelli-Valsesia. Anche il vicepremier leghista Matteo Salvini torna a provocare: «Il referendum non è il gioco del lotto. Vince se prende il 50 per cento più uno. Sotto perde. Se lo vogliono usare per fini politici, gettano la maschera. Non gli interessa il tema del lavoro e della cittadinanza. Per questo non penso che raggiungeranno il quorum».
Da sinistra il sostegno del Movimento Cinque Stelle, un po’ timido in queste settimane, si palesa con Giuseppe Conte. «Io personalmente voterò cinque sì», dice l’ex premier. Anche se sul quesito della cittadinanza dopo cinque anni anziché dieci «abbiamo lasciato libertà di voto perché stiamo portando avanti la battaglia dello ius scholae, il modo migliore per integrare i cittadini». La leader dem Elly Schlein ha meno dubbi: «Il 95% della nostra base è per i cinque sì e c’è una forte adesione del Pd alla campagna referendaria». Le riserve dei riformisti? «Abbiamo discusso in direzione nazionale e votato senza contrari. Io poi non ho chiesto abiure a nessuno».