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Difesa Ue, Meloni spinge su flessibilità o eurobond

Il presidente del consiglio Giorgia Meloni incontra il presidente del parlamento Europeo Antonio Costa

 (ansa)

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La premier riceve il presidente del Consiglio europeo Costa e chiede modifiche al Rearm. La sponda con Macron per il debito comune
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ROMA – A pronunciarlo, è un numero che fa spavento: trenta miliardi. A regime, sono le risorse aggiuntive che Roma dovrà scovare ogni anno per far fronte all’incremento di spese militari e raggiungere il target Nato del 3,5% del pil. Un punto e mezzo in più dell’attuale 2% (raggiunto, tra l’altro, con considerevole sfoggio di fantasia contabile, fino ad includere anche le spese per i servizi meteorologici dell’Aeronautica). Parliamo di una cifra che vale più di un’ordinaria finanziaria e che graverebbe in modo determinante su casse spesso magre. Anche di questa sfida discute dunque Giorgia Meloni, durante un faccia a faccia a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Con lui, ipotizza scenari che permettano all’Italia di tagliare questo traguardo. È una strategia che si può sintetizzare con due concetti, non necessariamente alternativi: flessibilità ed eurobond.

ROMA – A pronunciarlo, è un numero che fa spavento: trenta miliardi. A regime, sono le risorse aggiuntive che Roma dovrà scovare ogni anno per far fronte all’incremento di spese militari e raggiungere il target Nato del 3,5% del pil. Un punto e mezzo in più dell’attuale 2% (raggiunto, tra l’altro, con considerevole sfoggio di fantasia contabile, fino ad includere anche le spese per i servizi meteorologici dell’Aeronautica). Parliamo di una cifra che vale più di un’ordinaria finanziaria e che graverebbe in modo determinante su casse spesso magre. Anche di questa sfida discute dunque Giorgia Meloni, durante un faccia a faccia a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. Con lui, ipotizza scenari che permettano all’Italia di tagliare questo traguardo. È una strategia che si può sintetizzare con due concetti, non necessariamente alternativi: flessibilità ed eurobond.

C’è una ragione politica e una di bilancio, a guidare le mosse della premier sul riarmo. Quella legata ai conti pubblici è chiara: preoccupa l’obbligo di passare in poco tempo da quaranta a settanta miliardi di euro all’anno di spese militari. Ma le angosce politiche pesano ancora di più: la Lega boccia le soluzioni che Bruxelles, a partire dal RearmEu.

La prima richiesta italiana che sarà portata al vertice Nato dell’Aia del 24-25 giugno — condivisa di certo con Londra e Madrid (e forse anche con Parigi) — è di allungare i tempi per raggiungere il target del 3,5%. Se gli Stati Uniti pensano a tre-cinque anni, dunque entro il 2030, e la Germania acconsente, il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte ipotizza un compromesso a sette anni (2032). Gli italiani premono invece per la soglia di dieci anni. Difficilmente Meloni riuscirà a spuntarla.

Siccome serve comunque flessibilità, questa è la tesi meloniana, allora il tentativo diventa quello di cambiare alcuni dettagli delle regole già in vigore. Ad esempio, Meloni propone di dilatare di molto la durata della clausola che permette ai Paesi che investono in difesa di non computare queste spese nel deficit, in modo da non gravare sui parametri continentali: dai 4-5 anni attuali ad almeno tre lustri. Questo chiede Palazzo Chigi. Per Meloni, si tratterebbe di una svolta che le permetterebbe di accedere al RearmEu, oggi osteggiato dal Carroccio, perché andrebbe incontro alle perplessità espresse da Giancarlo Giorgetti.

È uno scenario possibile, quello del Rearm. Ma al momento in bilico. E così, la premier lavora anche a un piano B: gli eurobond. Non se ne parla durante l’incontro, ma è un nodo da tempo sul tavolo. E sarebbe la soluzione capace di dare ossigeno al riarmo italiano. Dell’idea, Meloni avrebbe discusso anche nell’incontro con Emmanuel Macron, spiegano fonti concordanti dei due Paesi. Roma, in questa sfida, è perfettamente allineata con Parigi. Bisogna però capire se il cancelliere tedesco Friedrich Merz non si opporrà, visto che l’opzione è tradizionalmente sgradita ai rigoristi. Si tratta di debito comune europeo, conveniente solo per chi — come l’Italia — deve altrimenti finanziarsi con titoli di Stato, con rendimenti molto più alti.

Al termine dell’incontro, Costa dirama un comunicato in cui parlando di difesa Ue afferma: «Dobbiamo garantire una spesa più efficiente e un approccio collettivo alla sicurezza». Poi aggiunge: «Abbiamo anche discusso l’importanza di una politica migratoria europea efficace e ben gestita». Quanto a Meloni, fa sapere: «Abbiamo discusso di Ucraina e Medio Oriente, sicurezza e difesa, competitività, relazioni transatlantiche e migrazioni». A sera, poi, la leader riceve il presidente argentino Javier Milei. Firmano il Piano d’Azione Italia-Argentina 2025-2030, per una cooperazione in diversi settori, tra cui energia e infrastrutture. C’è anche un patto tra Eni e la società argentina Ypf sul gas liquido dagli sviluppi potenzialmente enormi.

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