Elly Schlein, perché una piazza per Gaza proprio oggi, dopo un anno e 8 mesi di guerra?
«La manifestazione nasce da un percorso che abbiamo fatto in Parlamento, presentando una mozione unitaria, che è la piattaforma di questa mobilitazione. Ovviamente ci sono state altre piazze prima, ce ne saranno altre dopo. Ma come forze politiche sentivamo la necessità di raccogliere l’indignazione di chi vuole dire basta ai crimini del governo di estrema destra di Netanyahu».
È anche una risposta al nostro esecutivo, troppo timido nel condannare l’azione del governo israeliano?
«Il nostro governo è sempre stato molto silente sul massacro in corso a Gaza. E da quando c’è Trump si è ammutolito totalmente. Tutti abbiamo condannato gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre, ma non è mai seguita da parte dell’esecutivo una condanna dei crimini di Netanyahu».
E perché secondo lei?
«Va chiesto a loro. Ma stanno tradendo la tradizione diplomatica del nostro Paese, che è sempre stato attento a…
Elly Schlein, perché una piazza per Gaza proprio oggi, dopo un anno e 8 mesi di guerra?
«La manifestazione nasce da un percorso che abbiamo fatto in Parlamento, presentando una mozione unitaria, che è la piattaforma di questa mobilitazione. Ovviamente ci sono state altre piazze prima, ce ne saranno altre dopo. Ma come forze politiche sentivamo la necessità di raccogliere l’indignazione di chi vuole dire basta ai crimini del governo di estrema destra di Netanyahu».
È anche una risposta al nostro esecutivo, troppo timido nel condannare l’azione del governo israeliano?
«Il nostro governo è sempre stato molto silente sul massacro in corso a Gaza. E da quando c’è Trump si è ammutolito totalmente. Tutti abbiamo condannato gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre, ma non è mai seguita da parte dell’esecutivo una condanna dei crimini di Netanyahu».
E perché secondo lei?
«Va chiesto a loro. Ma stanno tradendo la tradizione diplomatica del nostro Paese, che è sempre stato attento alla questione palestinese. Ora noi chiediamo di non rinnovare il memorandum di collaborazione militare con Israele. E insistiamo perché l’Italia riconosca subito lo Stato di Palestina, come ha fatto la Spagna e come si appresta a fare la Francia di Macron».
Sulla guerra in Medio Oriente, Renzi e Calenda hanno organizzato un altro evento ieri, a Milano. Hanno aderito alcuni riformisti del Pd. Lei era d’accordo?
«Quando qualcuno si mobilita contro le azioni criminali di Netanyahu è sempre una buona notizia. Avevamo anche alcuni punti in comune con quella piattaforma. Vorrei dire però che è inaccettabile l’accusa di non essere stati chiari sull’antisemitismo. La nostra piattaforma è nettissima, nessuna ambiguità: chiediamo il cessate il fuoco per fermare il massacro dei palestinesi, la liberazione degli ostaggi israeliani, l’embargo totale alle armi a Israele, la fine delle occupazioni illegali».
Non vede rischi per la piazza di oggi, magari di qualche frangia esterna ai partiti che l’hanno promossa?
«Non ci sarà alcuno spazio per l’antisemitismo, contro cui noi continueremo a batterci, come dice la nostra storia. La critica durissima che facciamo alle azioni di Netanyahu non è antisemitismo. Vogliamo due popoli e due Stati in convivenza pacifica».
La piazza di oggi è anche un altro tentativo di rammendo dell’opposizione. Conte ieri diceva però che è “un tantino prematuro” parlare di candidato premier. Non serve invece un’accelerata, anche sugli assetti della coalizione?
«Noi restiamo testardamente unitari, anche le ultime amministrative hanno dimostrato che uniti si vince. Certo, l’unità non basta. Serve la coerenza di un programma in cui tutti si sentano a casa. L’alleanza con tutte le forze alternative alla destra si fa così».
Un’altra guerra, quella in Ucraina, funesta l’Europa, costretta ad attrezzarsi in termini di difesa. Al vertice Nato di fine mese gli Usa ci chiederanno di portare le spese militari al 5% del Pil. Fa bene il governo a chiedere di spalmare l’obiettivo in 10 anni?
«È evidente che Meloni sia in difficoltà: sulla politica estera in maggioranza ci sono 3 posizioni diverse. Noi continuiamo a sostenere che la risposta non può essere il riarmo nazionale di 27 Stati membri, ma una svolta vera per la difesa comune, verso un esercito comune europeo. Rimango di questa idea qua».
A proposito di Usa. La rottura plateale, diciamo non imprevedibile, tra Musk e Trump rischia di essere un problema per l’Italia, che aveva scommesso su quel doppio canale?
«Quando pieghi la politica estera di un paese alle amicizie o antipatie personali il rischio c’è. Ma non sono sorpresa dalla rottura: la destra si affida a multimiliardari pieni di conflitti d’interesse. E dietro a questo strappo ci sono proprio gli interessi, i profitti dei due. Chi paga il prezzo sono quelli che fanno più fatica: non c’è un atto tra i primi cento di Trump sui salari o il diritto a curarsi».
Però con Trump bisogna dialogare, se si sta al governo.
«Ma Meloni per non entrare in collisione con lui, ha minimizzato l’impatto dei dazi, mentre solo l’incertezza attorno alle tariffe ha creato danni alla nostra economia. La presidente del Consiglio ripete che la mediazione del governo italiano è stata fondamentale, tra Usa e Ue. Tanto fondamentale che due giorni dopo il vertice tra Vance e von der Leyen a Palazzo Chigi, Trump annunciava dazi per l’Europa aumentati al 50%, il doppio di aprile. Quanto a Musk, per fortuna le nostre proteste hanno rallentato i propositi del governo di svendere la sicurezza nazionale alle sue aziende di satelliti. Immaginiamoci con quei due che ora litigano che sarebbe successo».
Domani aprono le urne per i referendum. L’obiettivo minimo, come dice qualcuno del Pd, è prendere più voti del centrodestra alle Politiche del ‘22, per mandare comunque un segnale al governo?
«Ora siamo tutti impegnati per portare più persone possibili a votare. È vergognoso che la presidente del Consiglio faccia campagna per l’astensione. Il voto dei cittadini le interessa solo quando è una delega a lei, non quando possono votare per contrastare la precarietà e migliorare la legge sulla cittadinanza. Ma è un tatticismo da vecchia politica: prova a far contare come suoi i voti degli astenuti».
La premier quella scelta la rivendica. L’altro ieri ha sfoderato un vecchio manifesto dei Ds, che invitava proprio ad astenersi a un referendum.
«Capisco che le manchi l’opposizione visto che non sta riuscendo a governare. Ma non può non vedere la differenza: da presidente del Consiglio chiedere di astenersi è vergognoso. Io ai referendum ho sempre votato, anche quando non li condividevo. Per altri non posso rispondere: quando Meloni era al governo con Berlusconi, io stavo all’università. Questo giochetto con me non funziona».