Della piazza pro-Gaza di ieri — filata liscia: colpo d’occhio riuscito, zero tensioni, nonostante i pronostici di qualche giornale di destra alla viglia — la maggioranza si concentra sull’ultimo spezzone. Cioè sull’appello dei 4 leader di centrosinistra per andare a votare ai referendum di oggi e domani. «Silenzio elettorale violato, strumentalizzazione di Gaza», è la linea che dettano i vertici di FdI alle truppe parlamentari alle sei di sera, dopo un giro di telefonate che, secondo fonti della fiamma, hanno coinvolto direttamente la premier, Giorgia Meloni.
Per il resto, silenzio. Sui numeri. Sul senso della mobilitazione, dire basta al massacro dei civili palestinesi per mano del governo di Benjamin Netanyahu. Tra i ministri, l’unica a esporsi è Daniela Santanché. La titolare del Turismo se la prende con i «due Pd», cioè quello sceso in piazza a Roma dietro a Elly Schlein e i riformisti che avevano aderito ieri l’altro alla maratona di Milano per i due stati, promossa da Renzi e Ca…
Della piazza pro-Gaza di ieri — filata liscia: colpo d’occhio riuscito, zero tensioni, nonostante i pronostici di qualche giornale di destra alla viglia — la maggioranza si concentra sull’ultimo spezzone. Cioè sull’appello dei 4 leader di centrosinistra per andare a votare ai referendum di oggi e domani. «Silenzio elettorale violato, strumentalizzazione di Gaza», è la linea che dettano i vertici di FdI alle truppe parlamentari alle sei di sera, dopo un giro di telefonate che, secondo fonti della fiamma, hanno coinvolto direttamente la premier, Giorgia Meloni.
Per il resto, silenzio. Sui numeri. Sul senso della mobilitazione, dire basta al massacro dei civili palestinesi per mano del governo di Benjamin Netanyahu. Tra i ministri, l’unica a esporsi è Daniela Santanché. La titolare del Turismo se la prende con i «due Pd», cioè quello sceso in piazza a Roma dietro a Elly Schlein e i riformisti che avevano aderito ieri l’altro alla maratona di Milano per i due stati, promossa da Renzi e Calenda.
C’è un motivo, se il centrodestra ha evitato di esporsi, sulla manifestazione di San Giovanni. Anche in maggioranza leggono i sondaggi, come quello pubblicato da YouGov martedì, il quale ha mostrato che il sostegno per Israele è ai minimi storici in Europa. E che il giudizio degli italiani è tra i più negativi del continente. Non è un caso se nel corso dell’ultimo mese, l’esecutivo ha cambiato toni. O meglio: dal silenzio che aveva accompagnato l’avvio dell’invasione della striscia, si è passati a una progressiva presa di distanza su un’operazione «inaccettabile», copyright di Meloni tre giorni fa, senza però mai pronunciare quella parola: «Condanna» per l’azione di Netanyahu.
È l’ennesima prova di equilibrismo in politica estera, per la premier. E per i suoi alleati. Matteo Salvini, che ancora a metà febbraio era volato in Terra santa «orgoglioso» di stringere la mano di “Bibi” a favore di flash, ha archiviato i toni da fan. Antonio Tajani da un mese ripete «basta» attacchi israeliani, senza spingersi troppo in là, anche perché dalla Farnesina deve tenere i contatti con la controparte di Tel Aviv.
È un cambio di linea soprattutto comunicativo, pur tra mille impacci, che tiene conto degli umori dell’opinione pubblica. Politicamente, l’Italia si appresta però a votare — per la seconda volta — contro la revisione dell’accordo di partenariato tra Ue e Israele. Tra due settimane, il 23 giugno, i ministri degli Esteri dell’Unione sono convocati a Bruxelles. Nel corso della riunione, su pressing dell’Olanda, si discuterà nuovamente di una modifica dell’intesa con Tel Aviv, in particolare per determinare se Israele stia violando l’articolo 2 dell’accordo, una clausola che vincola le relazioni al rispetto dei diritti umani. Durante la prima discussione, il 20 maggio, 17 paesi avevano sottoscritto la richiesta di revisione del patto. L’Italia, insieme alla Germania e all’Ungheria, si era opposta. Secondo fonti governative di primo piano, la linea di Meloni e Tajani è per un nuovo voto contrario nel summit di fine mese.
Per annullare l’intesa è necessaria l’unanimità, tra i 27. Ma a Bruxelles già si studiano le mosse e si ragiona su modifiche parziali, per cui potrebbe bastare una maggioranza qualificata dei paesi membri. Ipotesi di cui ha parlato anche il presidente del consiglio europeo, Antonio Costa, ricevuto l’altro ieri da Meloni a Palazzo Chigi.