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Affluenza al 30% al referendum: anatomia del voto, parte il processo al quorum

(ansa)
Disertate le urne anche su materie che riguardano direttamente la vita di milioni di lavoratori. Tajani: “Ora bisogna cambiare la legge sulla consultazione popolare”
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Un seggio romano questa mattina. Caldo messicano. Sezione deserta. Scrutatori annoiati. Libri sul tavolo per ingannare il lungo tedio. E infatti accolgono l’elettore con lo sguardo di chi non ne vede arrivare uno da ore. Non stupisca che alla fine sia finita con un’affluenza intorno al trenta per cento. Forse non sarà raggiunto nemmeno l’obiettivo minimo posto dal Pd, 12,4 milioni di sì, un voto in più di quelli presi dal centrodestra alle ultime elezioni politiche.

I cinque referendum su lavoro e cittadinanza rappresentano una dolorosa disfatta per chi ci aveva creduto. A cominciare dal leader Cgil Maurizio Landini, che un anno fa, depositando le firme stipate in 1036 scatoloni in Cassazione aveva annunciato: “Porteremo a votare 25 milioni di elettori per cambiare questo Paese, e rimettere al centro il lavoro”.

L’esito infausto apre l’inevitabile processo al referendum. Ma per l’istituto referendario valgono le considerazioni che si fanno in queste ore per l’Italia di Spalletti:…

Un seggio romano questa mattina. Caldo messicano. Sezione deserta. Scrutatori annoiati. Libri sul tavolo per ingannare il lungo tedio. E infatti accolgono l’elettore con lo sguardo di chi non ne vede arrivare uno da ore. Non stupisca che alla fine sia finita con un’affluenza intorno al trenta per cento. Forse non sarà raggiunto nemmeno l’obiettivo minimo posto dal Pd, 12,4 milioni di sì, un voto in più di quelli presi dal centrodestra alle ultime elezioni politiche.

I cinque referendum su lavoro e cittadinanza rappresentano una dolorosa disfatta per chi ci aveva creduto. A cominciare dal leader Cgil Maurizio Landini, che un anno fa, depositando le firme stipate in 1036 scatoloni in Cassazione aveva annunciato: “Porteremo a votare 25 milioni di elettori per cambiare questo Paese, e rimettere al centro il lavoro”.

L’esito infausto apre l’inevitabile processo al referendum. Ma per l’istituto referendario valgono le considerazioni che si fanno in queste ore per l’Italia di Spalletti: la sconfitta viene da lontano. Se solo una volta in trent’anni si è raggiunto il quorum una ragione ci sarà. Il dato di oggi ribadisce una tendenza ormai annosa. Metà degli italiani non va a votare. Non ci crede più. Anche stavolta hanno retto soltanto le grandi città, gli elettori con istruzione elevata, gli ultimi bastioni rossi, dalla Toscana all’Emilia. I piccoli centri invece si sono tenuti lontano dai seggi, il Sud non ha risposto, su tutti la Calabria, indifferenza sostanziale anche nelle isole. Perché?

Non erano quesiti concreti?

Erano referendum sulla vita materiale dei lavoratori. Un mondo che in questo Paese assomiglia spesso a una giungla. È vero che la disoccupazione è scesa al sei per cento e che l’economia cerca lavoratori, ma a che condizioni? I talenti infatti emigrano. I salari medi diminuiscono invece che aumentare, caso unico in Europa. La precarietà è il pane quotidiano di troppi. Paghe in nero. E ogni giorno tre operai muoiono nei cantieri.

Eppure gli italiani in maggioranza sono andati al mare. La destra, che ha propugnato l’astensione, ha già gioco facile nel gridare vittoria. Il campo largo non è riuscito a includere altri ceti, a mobilitare i delusi della democrazia, gli astensionisti cronici, molti dei quali sono proprio le principali vittime di condizioni contrattuali inaccettabili. Com’è possibile?

Certo, il contesto ha giocato un ruolo nella sconfitta dei proponenti. La tv pubblica ha preferito, per lungo tempo, chiudere gli occhi, non parlandone. La drammatica cornice mondiale – dazi, guerre, la tragedia di Gaza – ha modificato l’agenda informativa. Ma alla fine la gente è intelligente, sa benissimo decidere da sola: nel ’91, quando Craxi invitò a starsene in spiaggia, disubbidì. Stavolta no.

Ora il centrodestra prepara il blitz sulle firme da raccogliere, non più 500mila, ma un milione. La Cgil, un anno fa, aveva parlato di quattro milioni di firme consegnate, ma alla fine quelle validate dalla Cassazione sono state poco più di mezzo milione per ciascun quesito. Ora la riflessione verterà fatalmente sulla necessità di cambiare le regole. Il ministro Tajani è già uscito allo scoperto: “Bisogna cambiare la legge sui referendum”. C’è chi, come il politologo Roberto D’Alimonte, propone di abbassare la soglia del quorum al 40 per cento. Modificare le norme probabilmente è come cambiare commissario tecnico. Claudio Ranieri, salvaci tu, scrivono nei social. L’eterna tentazione dell’Uomo della provvidenza, del salvatore della patria. Molto italiano. Infatti Ranieri è paragonato a Mattarella. Ma anche il presidente della Repubblica non possiede virtù taumaturgiche. Semplicemente è andato a votare.

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