“Regalo alla premier”, i riformisti accendono il dibattito nel Pd
di Giovanna CasadioManifestazione “In Piazza per Gaza”, organizzata Pd, M5S e M5S e Avs
ROMA – L’esito del referendum incrina l’unità del Pd. Con i riformisti che iniziano a muovere le prime critiche contro la segreteria. L’occasione è arrivata e non poteva essere delle migliori: giudicano il flop del referendum sul lavoro un vero e proprio regalo a Giorgia Meloni. La premier si è giocata al meglio le sue carte, sostengono. E il Pd e la sinistra? Si sono schierati dalla parte di Landini e della Cgil subendo una delle più grosse disfatte della sua storia: i 4 quesiti sul lavoro che avrebbero dovuto smantellare il Jobs act, sono rimasti al palo. E serpeggia la voglia di una direzione al Nazareno, per correggere la rotta.
«Un capitombolo»: così commenta subito Pina Picerno, europarlamentare e vicepresidente dell’europarlamento. Picierno è capofila dei malumori, ma soprattutto – si affretta a precisare – è contro un appoggio alla Cgil che non andava fatto in quel modo. «Meloni è in un periodo di difficoltà a livello internazionale, con tanti problemi irrisolti e come po…
ROMA – L’esito del referendum incrina l’unità del Pd. Con i riformisti che iniziano a muovere le prime critiche contro la segreteria. L’occasione è arrivata e non poteva essere delle migliori: giudicano il flop del referendum sul lavoro un vero e proprio regalo a Giorgia Meloni. La premier si è giocata al meglio le sue carte, sostengono. E il Pd e la sinistra? Si sono schierati dalla parte di Landini e della Cgil subendo una delle più grosse disfatte della sua storia: i 4 quesiti sul lavoro che avrebbero dovuto smantellare il Jobs act, sono rimasti al palo. E serpeggia la voglia di una direzione al Nazareno, per correggere la rotta.
«Un capitombolo»: così commenta subito Pina Picerno, europarlamentare e vicepresidente dell’europarlamento. Picierno è capofila dei malumori, ma soprattutto – si affretta a precisare – è contro un appoggio alla Cgil che non andava fatto in quel modo. «Meloni è in un periodo di difficoltà a livello internazionale, con tanti problemi irrisolti e come possiamo noi offrirle un assist invece di avvantaggiarci?», si chiede.
Altre voci esprimono disappunto. Sono di Alessandro Alfieri, Giorgio Gori, Stefano Bonaccini. L’eurodeputato Gori parla di «una strada anacronistica e lunga che andava evitata». Chi sta con Schlein si è ritrovato spiazzato, incalzano. Picierno torna alla carica: «Una sconfitta profonda, seria, evitabile. Purtroppo un regalo enorme a Giorgia Meloni e alle destre. Fuori dalla nostra bolla c’è un Paese che vuole futuro e non rese di conti sul passato. Ora maturità, serietà e ascolto, evitando acrobazie assolutorie sui numeri». Però a poco a poco le reazioni si compongono. Federico Fornaro invita a guardare alla sostanza: «La destra ha caldamente invitato gli italiani a disertare le urne del referendum. Ben 14 milioni di elettori italiani hanno invece deciso di andare a votare smentendo chi oggi è al governo. Un numero peraltro superiore anche ai 12,3 milioni di voti ottenuti dal centrodestra nelle politiche del 2022, che ha quindi poco da cantar vittoria».
Un altolà arriva dal leader dei 5Stelle, Giuseppe Conte, che afferma: «Leggo dichiarazioni ed esultanze sguaiate dei tifosi della politica». L’ex premier chiede rispetto per i milioni di cittadini «che sono andati a votare. Portate rispetto agli oltre 12 milioni che hanno votato Sì a maggiori tutele nel mondo del lavoro. Parliamo di oltre 12 milioni di cittadini che, al di là dei colori politici, chiedono più tutele contro licenziamenti, precariato e incidenti sul lavoro. Noi saremo sempre dalla loro parte, dalla parte giusta. E porteremo avanti la battaglia per loro in Parlamento». Ma se alla destra il merito del lavoro e delle riforme contro il precariato non interessa affatto, a sinistra si accende il dibattito tra i riformisti e chi è tacciato di massimalismo. I leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni dichiarano che con circa 13 milioni di Sì c’è una Italia che chiede ascolto e pretende impegno: con loro si costruirà l’alternativa. E ancora: «Alle prossime politiche non ci sarà il quorum a salvare la Meloni».
Non è tempo di formule complicate sui temi di più scottante attualità: è l’ammonimento che arriva dal Nazareno. Altri riformisti dem tra cui Elisabetta Gualmini e Filippo Sensi pensano a non affondare il colpo, e nelle dichiarazioni valorizzano i 14 milioni di voti portati comunque a casa. Bonaccini chiosa: «Obiettivo mancato, riflettere».