Palazzo Chigi in serata lascia filtrare tutta la soddisfazione della premier. All’indomani della scena consumata a beneficio delle telecamere, quella visita al seggio senza il ritiro delle schede, Giorgia Meloni può cantare vittoria: «Il voto dimostra che non c’è alcuna alternativa a questo governo e a questa maggioranza».
Sberleffi, meme, dichiarazioni à gogo sul rullo delle agenzie di stampa. «La batosta della sinistra», titola il dossier riservato dell’ufficio studi di FdI, subito diffuso ai parlamentari. Ma oltre l’incasso per un risultato atteso, restano un paio di questioni aperte, in coalizione, e un cruccio, che per ora viene ripetuto sottovoce. La preoccupazione, che affiora solo nelle conversazioni informali, riguarda il numero di elettori che si è presentato ai seggi. Decisamente pochi per centrare il bersaglio grosso, il quorum, ma abbastanza da impensierire un centrodestra in cui comincia a farsi largo la convinzione che se l’opposizione si compattasse davvero alle P…
Palazzo Chigi in serata lascia filtrare tutta la soddisfazione della premier. All’indomani della scena consumata a beneficio delle telecamere, quella visita al seggio senza il ritiro delle schede, Giorgia Meloni può cantare vittoria: «Il voto dimostra che non c’è alcuna alternativa a questo governo e a questa maggioranza».
Sberleffi, meme, dichiarazioni à gogo sul rullo delle agenzie di stampa. «La batosta della sinistra», titola il dossier riservato dell’ufficio studi di FdI, subito diffuso ai parlamentari. Ma oltre l’incasso per un risultato atteso, restano un paio di questioni aperte, in coalizione, e un cruccio, che per ora viene ripetuto sottovoce. La preoccupazione, che affiora solo nelle conversazioni informali, riguarda il numero di elettori che si è presentato ai seggi. Decisamente pochi per centrare il bersaglio grosso, il quorum, ma abbastanza da impensierire un centrodestra in cui comincia a farsi largo la convinzione che se l’opposizione si compattasse davvero alle Politiche del ‘27 la partita non sarebbe così scontata. Al netto del fatto che per i referendum si è mosso a pancia a terra il primo sindacato italiano, la Cgil.
I temi aperti, scavallato il referendum, sono il terzo mandato per i presidenti di Regione e la cittadinanza. La Lega domani riunirà il consiglio federale per chiedere di togliere vincoli ai governatori e dunque riassegnare il Veneto a Luca Zaia. Da FI Antonio Tajani, cogliendo l’assist del fallimento del quesito sulla cittadinanza, rilancia intanto lo ius scholae. «La riforma più giusta per l’integrazione — sostiene il vicepremier azzurro — è quella di FI: 10 anni di scuola con profitto e poi si può chiedere la cittadinanza. Questo è lo ius scholae che chiediamo con la nostra proposta di legge». La sortita non piace alla Lega. Difatti Matteo Salvini, impegnato in Francia per l’adunata dei leader dei Patrioti, mette a verbale una versione opposta: «Cittadinanza accelerata? Idea sbagliata, servono semmai più controlli e più buon senso». Per FdI affronta l’argomento il ministro Luca Ciriani. Facendo capire che i meloniani non hanno in testa di cambiare le norme: «Anche l’elettorato di sinistra si è espresso in buona parte contro il quesito» e il dato «ci dà la conferma che siamo dalla parte giusta». Arianna Meloni, sorella della premier e capo-segreteria di FdI, da Lampedusa, parlando di «sonora bocciatura» della consultazione, aggiunge che «le politiche sui migranti del governo hanno dato buoni frutti».
Di regionali, oltre che di referendum e fine vita, la premier ne discuterà con i due vice probabilmente già oggi. Meloni, che al seggio si è palesata domenica sera, senza ritirare le schede, evita di maramaldeggiare sul flop dell’opposizione. Lascia il commento al suo braccio destro, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari: «Le opposizioni hanno trasformato i referendum in un referendum su Meloni. Il responso è chiaro: il governo ne esce ulteriormente rafforzato e la sinistra indebolita». Tajani pone anche un altro tema agli alleati. Sicuramente meno ostico della riforma della cittadinanza. Per il capo forzista, «bisogna cambiare la legge sui referendum, servono probabilmente più firme, anche perché abbiamo speso tantissimi soldi». Anche FdI, con Speranzon e Procaccini, insiste sui «soldi buttati». E Maurizio Lupi, il leader di Noi moderati, annuncia: «Presenteremo un ddl per alzare il tetto delle firme».